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Storie di musicisti… ricerca delle radici della musica dei popoli di montagna”

 

di Pietro Bianchi

 

 

Il 5 luglio 2003 ho voluto dedicare alla memoria di Roberto Leydi un dibattito sul tema “Storie di musicisti… ricerca delle radici della musica dei popoli di montagna”, tenutosi a Macugnaga e al quale hanno partecipato, fra gli altri, Luigi Zanzi, professore di Metodologia delle scienze storiche all’Università di Pavia e i musicisti Loris Bonavia, Alessandro Boniface, Aurelio Beretta della “Vox Blenii”, Ilario Garbani di “Verbanus” e Paolo Simonazzi. L’ho fatto perché so che Roberto si sarebbe trovato a suo agio in quel magnifico borgo ai piedi del Monte Rosa, e che il tema del rapporto tra l’uomo e le Alpi lo toccava particolarmente da vicino, è un tema che ha continuamente esplorato, sul campo, durante la sua lunga attività di etnomusicologo. E proprio pensando a Roberto, riflettevo sul fatto che il field recording, per noi etnomusicologi, equivale allo spartito per i musicologi, ci fornisce il materiale vivo da tramandare e sul quale riflettere.

Ho frequentato Roberto Leydi per trent’anni, ci siamo conosciuti a Milano, quando per un certo periodo ho suonato col mio primo gruppo, “Lyonesse”, al Teatro Verdi di Tinin Mantegazza. Una sera Roberto e la moglie Sandra son venuti a sentirci, e mi hanno invitato a casa loro per una tranquilla discussione accompagnata da ottimi tortelli fatti da Sandra. Di quella sera mi ricordo l’entusiasmo e la facilità con cui Roberto raccontava aneddoti e storie che non potrò mai dimenticare. Era questa, pensandoci bene, una delle qualità di Roberto: quella di essere un Omero dei giorni nostri!

L’ho poi rivisto regolarmente all’Autunno Musicale di Como, dove ci si trovava per ascoltare le nostre registrazioni più recenti, magari attorno a un tema lanciatoci da lui, era spesso il catalizzatore di questi incontri così prolifici. A partire dal 1980 ho iniziato a lavorare per la Radio Svizzera di Lugano, dove ho ereditato dai miei predecessori la produzione di una regolare emissione curata da Roberto, che lui aveva intitolato “Sentite buona gente”, e che mi permetteva di incontrarlo regolarmente e di discutere con lui i contenuti di questa serie sul canto popolare italiano.

Mi sembra di poter dire che Roberto ha contribuito al sentimento dei ticinesi di appartenenza a una cultura italiana, e in senso più vasto alla gradevole scoperta di appartenere a un popolo alpino, di cui conosceva e spiegava i tratti comuni: l’emigrazione, l’importanza delle antiche vie di comunicazione, il gusto per l’immaginario e per le antiche ballate, da condividere col resto degli europei.

Anche durante questo periodo fiorivano le occasioni di incontri tra ricercatori: Venezia, sul tema della ritualità, Santulussurgiu sul tema del Miserere, Gubbio sul tema della Passione, per citarne solo tre, e da questi incontri io ne uscivo arricchito. Vi frequentavo Renato Morelli, Pietro Sassu e altri ancora coi quali poi pianificavo campagne di ricerca mirate, e attuate riunendo i nostri mezzi tecnici: memorabili rimarranno quelle sul Miserere in Sardegna e quella sui canti della Settimana Santa in Andalusia. Più tardi abbiamo sviluppato per la radio un concetto di “giornate speciali”, giornate di 18 ore in diretta attorno a un tema. E anche qui Roberto interveniva aderendo con entusiasmo alle tematiche, portando dai suoi archivi di Orta preziose registrazioni che abbinava in maniera geniale. Mi ricordo un giorno d’estate, quando seduto sul divano col suo immancabile toscano in bocca mi annuncia tranquillamente: “Sai, Pietro, ho deciso di donare tutto il mio archivio alla Fonoteca Svizzera e all’Archivio Cantonale di Bellinzona!”

Ripensandoci ora, quei 30 anni di collaborazione con la radio gli hanno dato sicuramente la certezza che il suo materiale sia custodito bene, con metodi professionali. Io sono stato a visitare la sua collezione di strumenti musicali, libri e registrazioni, ma vorrei che tutto questo non rimanesse un puro deposito di formalizzati e di strumenti, ma che quelli della nostra generazione riuscissero a farli vivere nello spirito di Roberto Leydi, magari con colloqui e concerti… è così che lo voglio ricordare, così come l’ho visto l’ultima volta a Bellinzona per la presentazione alla stampa del suo lascito, sempre vitale ed entusiasta, e accompagnato dalla nipotina che adorava e che mi sembra assomigli molto al nonno… grazie, Roberto!

 

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