Centovalli - la Scuola al Monte

3. al Parco dei Mulini a Lionza

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al parco dei Mulini a Lionza

Tragitto in treno con la Centovallina fino a Camedo, salita a piedi verso Borgnone, visita al Parco dei mulini dove sono visibili diversi reperti tra i quali i resti di un maglio per la lavorazione del ferro, un forno del pane, una cappelletta, un lavatoio e alcune curiose iscrizioni su pietra.

Si prosegue lungo lo storico sentiero del Mercato fino a Lionza e dopo la visita del paese si riprende il treno alla stazione di Palagnedra.


Tempo di percorrenza: ca. 6 ore
 

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 SerGatto presenta…

LUNGO IL PERCORSO

1.      In viaggio con la Centovallina

2.      La strada cantonale

3.      La diga di Palagnedra

CAMEDO - VISITA DEL PAESE

4.      Camedo paese di confine

5.      Ghiga - il brigante buono

TRAGITTO PER BORGNONE         

6.      Strada cantonale per le frazioni

ARRIVO A BORGNONE        

7.      Le quattro "Terre di solivo"

8.      “Scigolett” il brigante di Borgnone

PARCO DEI MULINI 

9.  Il Parco dei mulini

10.  Il Sentiero del Mercato

VISITA DEL PAESE DI LIONZA      

11.  Lionza, un balcone sulla valle

12.  Il Palazzo Tondù

ALLA STAZIONE DI PALAGNEDRA

13.  Ponte “di Marcoo” (del Mercato)

RIENTRO IN TRENO 

14.  Varianti e proposte

 Informazioni

percorso totale: ca. 6 ore



Richiedi il dossier completo dell'itinerario proposto

 

SerGatto presenta...

Salve amici, oggi ho deciso di accompagnarvi in un posto incantevole per vedere… cose mai viste… e non solo. Vi racconterò pure una storia da far venire i brividi… la storia del Ghiga, un astuto brigante che viveva in una grotta inaccessibile sui monti sopra Camedo oppure quella ancora più impressionante del “Scigulett” che a Borgnone gestiva un’osteria e faceva fuori senza troppi complimenti i suoi clienti per derubarli…

Il viaggio di oggi inizia, come sempre, con il trenino bianco e blu della Centovallina, la ferrovia che percorre le Centovalli: 20 chilometri circa da Locarno a Camedo, quindi in territorio svizzero, e una trentina di chilometri nel tratto italiano. E’ un trenino molto bello che attraversa paesaggi altrettanto belli e se un giorno avrete la fortuna di percorrere tutto il tragitto passerete sopra 83 ponti - alcuni molto alti da far venire i brividi - e ben 34 gallerie. Pazienza ! oggi entreremo in circa una ventina di gallerie soltanto. Magari, provate a contarle se riuscite a tenere il conto. Che ne dite ? Per i ponti vi dirò di fare attenzione quando arriverete a Ponte Brolla, prima di arrivare ad Intragna, dopo Corcapolo e poco prima di Camedo: qui ci sono dei ponti veramente molto alti...

E prima di Intragna, attenti a non mancare il campanile più alto del Ticino (m. 65).

Tra un ponte e una galleria, percorreremo le Centovalli - che nella parte italiana si chiama Valle Vigezzo - arriveremo alla stazione di Palagnedra che sarà il nostro punto di rientro. Da qui si può ammirare la diga sottostante e la graziosa chiesetta dei Sirti.

Ancora qualche chilometro e arriveremo a Camedo, l’ultima stazione in territorio svizzero e la fine del nostro viaggio in treno: d’ora in poi bisognerà camminare...

Attraversiamo il paese e proprio al centro, il vostro insegnante vi mostrerà qualcosa che sicuramente non avrete mai visto: un mortaio per schiacciare le noci.

Dopo la chiesetta si continua a salire lungo la strada cantonale e arriveremo dapprima a Borgnone e poi, finalmente, alla nostra meta: il Parco dei mulini. Qui non voglio dirvi proprio niente per non rovinarvi la sorpresa; ve lo lascerò scoprire da voi... Solo una cosa: avete portato il vostro blocco da disegno ? No ? Accidenti, ora è un po’ troppo tardi per ritornare a prenderlo, va béh... almeno avrete preso la macchina fotografica o il telefonino che fa le foto e quando sarete a scuola vi farete dei bei disegni... 

Dopo aver visto in lungo e in largo questo piccolo paradiso andremo a Lionza, uno dei paesi più belli di tutte le Centovalli, un piccolo balcone dal quale si vede quasi tutta la valle.

Ora sarete anche un po’ stanchi, vero ? Ok, allora ancora un piccolo sforzo, poco più di una mezz’oretta e saremo alla stazione di Palagnedra, vi ricordate ? Da qui di nuovo “tutti in carrozza” e via verso casa con il trenino bianco e blu.

Buona passeggiata a tutti e... alla prossima avventura !!!

Il vostro amico  SerGatto



1. In viaggio con la Centovallina        

Il viaggio inizia dalla stazione sotterranea di Locarno-Muralto inaugurata nel 1990 dopo la costruzione della galleria da Solduno a Muralto, che ha permesso di eliminare il tracciato ferroviario dalla città. La prima parte del viaggio è quindi in galleria, prima di sbucare nella parte Ovest di Solduno, nei pressi della nuova stazione di San Martino.

Il tragitto corre parallelo al fiume Maggia fino a Ponte Brolla; qui si svolta a sinistra passando sopra il primo ponte del tragitto dal quale si vedono le gole profonde e insidiose della Maggia. Si prosegue attraversando i paesi del Pedemonte - le Tre Terre - e dopo Tegna e Verscio si arriva a Cavigliano, la prima tappa del viaggio.

 

La ferrovia delle Centovalli, nota come “Centovallina” venne inaugurata nel 1923. Il tracciato, a scartamento ridotto e costellato di ponti e gallerie, è lungo una cinquantina di chilometri, dei quali 20 in territorio svizzero e conta ben 83 ponti e 34 gallerie.

La sua lunga storia inizia nel lontano 1898 allorché Francesco Balli, sindaco di Locarno, trasmette al Consiglio federale la domanda di concessione per una rete ferroviaria da Locarno a Domodossola. Nel maggio del 1913 iniziano i lavori di costruzione sulla parte svizzera che il 23 novembre dello stesso anno vengono improvvisamente sospesi a seguito del fallimento della Banca Franco-Americana finanziatrice dell’opera. I lavori riprendono nell’aprile del 1914 ma proseguono a ritmo ridotto, per poi essere sospesi del tutto, con l’inizio della prima guerra mondiale. Si riprende di nuovo nell’agosto del 1921 e, finalmente, il 27 marzo del 1923 le due squadre addette alla posa dei binari (una svizzera e una italiana) si collegano a Santa Maria Maggiore e il 25 novembre dello stesso anno la ferrovia viene infine inaugurata ufficialmente.

 

Nota: Per scartamento ferroviario si intende la distanza intercorrente tra i lati interni delle due rotaie. Nel caso della Centovallina, viene impiegato uno scartamento ridotto, ossia di m/m 1000 tra le due rotaie anziché di m/m 1435 utilizzato nella maggior parte delle ferrovie.

Lo scartamento da 1435 m/m fu ideato da George Stephenson per la linea ferroviaria Stockton - Darlington. Si impose rispetto agli altri scartamenti (in special modo a quello di 2140 mm della Great Western Railway) dopo che nel 1845 una commissione parlamentare inglese ne aveva raccomandato l'adozione per tutte le linee ferroviarie in costruzione. Il motivo sottostante a questa decisione fu che lo scartamento da 1435 consentiva di raggiungere una buona velocità con la tecnologia dell'epoca.

 

2. La strada cantonale                                                        

La strada internazionale delle Centovalli rappresenta un'importante via di comunicazione trasversale, in grado di collegare rapidamente il Locarnese con il Sempione; per lunghi anni negletta, la strada internazionale delle Centovalli è attualmente oggetto di importanti lavori di sistemazione che andranno a garantire la sicurezza del transito veicolare, senza tuttavia snaturare il percorso originale, andando così ad inserirsi in modo armonico nel paesaggio circostante.

 

La strada giunse a Camedo nel 1896 ma il collegamento con l’Italia avvenne soltanto nel 1906 con la costruzione del ponte della Ribellasca - sull’omonimo riale che segna il confine con l’Italia - per circa 2/3 di proprietà italiana.

Dopo tale periodo e pur con qualche miglioramento, il tracciato è rimasto pressoché identico all'originale con notevoli difficoltà di transito; va ricordata a questo proposito la frana di Dirinei in prossimità di Corcapolo e la zona instabile dei Ruinacci, poco prima dell'abitato di Camedo. Proprio a questo proposito, il Cantone aveva a suo tempo elaborato un progetto di aggiramento del paese che prevedeva l'abbandono della sponda sinistra e la costruzione di alcuni viadotti e gallerie nella campagna di Camedo e sopra il laghetto artificiale. La Confederazione, principale finanziatrice del tracciato, si oppose energicamente a tale progetto, il quale venne riposto nel classico... cassetto dove verosimilmente vi rimarrà ancora per diversi anni.
Nel 1997, l'Associazione dei comuni, d'intesa con i comuni di Intragna, Palagnedra e Borgnone, nell'intento di uscire da questo impasse, sottoposero al Cantone l'idea di appoggiare il progetto di aggiramento della zona franosa attraverso una galleria; parallelamente, proposero al Cantone di studiare una soluzione per ovviare ai numerosi pericoli nel tratto tra Intragna e lo svincolo per Palagnedra. Tale idea venne accettata e lo stesso Dipartimento del territorio elaborò un progetto di sistemazione e messa in sicurezza in quindici punti.
 

Il relativo credito-quadro (circa 14 milioni finanziati in gran parte dalla Confederazione) venne sottoposto al Gran Consiglio il quale, nel 1999, stanziò un primo credito esecutivo di circa 5 milioni ai quali si aggiunsero altri 6 milioni nel dicembre 2001 per la realizzazione della seconda fase.  
Al momento attuale i lavori procedono secondo il programma stabilito, gli interventi si inseriscono in modo ottimale nel paesaggio e già se ne possono apprezzare i vantaggi di un traffico più scorrevole e sicuro in quei punti particolarmente difficoltosi.
Purtroppo, il problema non sembra avviato ad una soluzione per quanto riguarda l'aggiramento dell'abitato di Camedo: problema analogo se non di maggiore urgenza, il consolidamento del ponte delle Ribellasca, sul confine italo-svizzero, la cui struttura diventa sempre più pericolante con l'eventualità, tutt'altro che remota, che il ponte venga chiuso al traffico; non da ultimo, il nodo della “Valascia, tra Corcapolo e Verdasio, il cui progetto fatica ad avanzare per mancanza di fondi.

 

Per ulteriori informazioni:

Rivista Treterre, diversi articoli (vedi indice della rivista presso il Museo regionale)

Edmondo Brusoni, Domodossola, 1897, Guida da Locarno a Domodossola

 

3. La diga di Palagnedra                                                     

Costruita negli anni 1950 - 53 la diga di Palagnedra è stata la prima di una fitta rete di impianti idroelettrici presenti in tutto il Locarnese e collegati fra loro da numerose gallerie che permettono di sfruttare la forza dell’acqua per il funzionamento di diverse centrali. Basti pensare che a Palagnedra giunge l’acqua proveniente dal lago del Gries, nell’alto Vallese, che termina il suo lungo viaggio di oltre 60 km. nel Lago Maggiore.

 

Il bacino di Palagnedra raccoglie le acque delle Centovalli, delle valli Maggia e Onsernone e il deflusso dalla centrale Cavergno. Complessivamente, un bacino imbrifero di 750 km2 alimenta la centrale Verbano, ultimo anello della catena di impianti. Assolutamente incontaminata, l’acqua viene infine restituita al lago Maggiore.

Il dislivello di quasi 2200 m tra il bacino del Gries a quota 2386 msm e il lago Maggiore a 193 msm è il salto più alto utilizzato da una serie di grandi impianti di accumulazione in Svizzera.

 

Nella parte alta, troviamo le captazioni d’acqua della Val Aegina, della Val Bedretto e dell’alta Val Bavona, i bacini d’accumulazione Gries, Cavagnoli-Naret e i bacini di compenso Robiei-Zött. Raccolte su un’area alpina di 70 km2, queste acque sono utilizzate nelle centrali di Altstafel, Robiei e Bavona.

Nella zona intermedia, le captazioni dell’alta Val Lavizzara alimentano il bacino d’accumulazione del Sambuco e la sottostante centrale Peccia. Gli afflussi raccolti nel bacino di compenso di Peccia, aggiunti ai deflussi dalle centrali Bavona e Peccia, alimentano poi la centrale Cavergno.

L’intera rete comprende 35 captazioni d’acqua, 140 km di gallerie e condotte, 8 bacini artificiali e 6 centrali.

 

Per la visita agli impianti è indispensabile un appuntamento.

Officine Idroelettriche della Maggia SA

Via in Selva 11, CH-6604 Locarno

Tel. 091 756 66 66 – Fax 091 751 80 92

www.ofima.ch - maggia@ofima.ch

 

4. Camedo paese di confine                                              

VISITA DEL PAESE, ca 30. min.

La stazione di Camedo è l’ultima in territorio svizzero. Nei decenni passati era assai movimentata in quanto da un lato la motorizzazione era assai ridotta e la popolazione molto maggiore; il treno era l’unico mezzo per recarsi in città e numerose persone arrivavano a Camedo dai paesi vicini (Moneto e Monadello sulla sponda destra, Borgnone, Costa e Lionza sopra Camedo) per prendere il “primo” o il secondo treno.

 

Il Buffet della stazione era la prima tappa per qualcuno per sorseggiarsi un caffè e alcuni addirittura un grappino. Fino a qualche decennio fa, i due ferrovieri che arrivavano con l’ultimo treno della sera si fermavano a dormire per essere pronti a ripartire il mattino dopo.                         

 

Giunti in paese, si svolta a sinistra imboccando la carraia di fronte all’ufficio postale e si attraversa il paese. Dopo un ponticello in pietra si arriva alla piazza del “Nuseet” il cui nome deriva dai noci; qui, a lato della fontana è stato sistemato un mortaio che serviva in passato per la frantumazione delle noci dalle quali si ricavava il prezioso olio. Il masso presenta un buco centrale nel quale venivano pestate le noci e tutt’attorno una serie di “coppelle” che molto probabilmente servivano per mantenere le noci in posizione durante la frantumazione del guscio.

Nota: a questo proposito è interessante il paragone con i massi cuppellari - massi incisi con coppelle, canaletti, croci o altri segni - che nell’antichità avevano una valenza religiosa.

 

Dalla piazzetta si prende la scala sulla destra che porta nella parte alta del paese, al cimitero e al piccolo oratorio.

 

Oratorio San Lorenzo

Dedicato a San Lorenzo (10 agosto) il piccolo oratorio risale agli inizi del Seicento, non escludendo la presenza di un manufatto di epoca anteriore. All’esterno, alcune croci e lapidi testimoniano della consuetudine di seppellire i morti attorno alla chiesa prima che l’attuale cimitero venisse costruito (primi decenni del ‘900).

La volta del coro presenta tre scene della vite del martire, di discreta fattura, realizzate dal pittore Giacomo Pedrazzi di Cerentino nel 1862. La cappella laterale del Rosario presenta una statua della Madonna in rame argentato risalente al 1859.

Il campanile è provvisto di quattro campane fuse negli anni 1845 e 1833; nel 2000 venne dotato di orologio e nel 2006 di una quinta campana e dell’impianto di elettrificazione.

L’oratorio, che pure gestisce una confraternita dotata di terreni, ha istituito (1859) la festa votiva della Madonna del Rosario per preservare la popolazione dalla peste (“mal dal gropp”) che si tiene la prima domenica di marzo.

Di fronte all’oratorio si trova la prima di una serie di cappelle - che rappresentavano una Via crucis fino a Borgnone - gran parte delle quali vennero distrutte durante la costruzione della strada cantonale per le frazioni.

 

5. La storia del Ghiga - il brigante buono                          

A Ovest del paese di Camedo, in fondo alla valle Ribellasca, esiste tuttora una grotta chiamata “Balm du Ghiga”. Essa è situata sul fianco di un burrone, difficilmente accessibile. Venne abitata, circa duecento anni fa, da un temuto brigante quale sicuro rifugio.

Il Ghiga, questo era il suo nome, esercitava le sue imprese in paese e in quelli vicini. Svaligiava i viandanti dopo averli sorpresi sulla mulattiera che dal confine italiano saliva a Borgnone.

- Mani in alto! O la borsa o la vita! Consegnatemi cesto, gioielli, borsellini.

I viandanti sorpresi, impauriti dall’apparire improvviso del Ghiga consegnavano tutto quello che avevano e se la davano a gambe.

Rubava ai contadini bestiame, denaro e altro ancora. Si nutriva soprattutto di polli e uova facendo razzie nei pollai.

Guai a coloro che si fossero opposti perché avrebbe risposto con le armi. Aveva sempre di che mangiare e bere abbondantemente, lassù, rintanato nel suo inaccessibile covo.

In paese chiudevano porte, finestre, portoni e addirittura si costruivano dei muri per proteggere i pollai. Niente da fare: avevano a che fare con una persona decisa a tutto pur di non guadagnarsi il pane onestamente.

Diverse persone in paese si lamentavano, tanto che fuori dalla casa del sindaco c’era sempre la coda. La signora Palmira non ne poteva più:

- Non mi è restata neanche una gallina! Mi da lei le uova per nutrire mio figlio?

- In paese non ne possiamo più di questo Ghiga, facciamo qualcosa! disse il “Pipa”.

- A me ha rubato il mio maialino che era già grosso così e pronto per la mazza!

- Qui bisogna veramente darsi da fare. Questo Ghiga ha passato ogni limite! disse il sindaco. E organizzò una riunione con alcuni uomini e donne che in paese erano i più coraggiosi e anche i più furbi. Pensarono a lungo e alla fine decisero di organizzare una cena alla quale invitare il Ghiga.

Si stabilì di mangiare “pulenta cunscia” ossia polenta condita con burro e formaggio e bere il gustoso “Vin di Scigulitt”.

 

- Nel locale saranno appostati tre poliziotti che a un dato segnale balzeranno fuori e arresteranno il Ghiga, disse il sindaco. “Pedro! Ci pensi tu a invitare il Ghiga,  d’accordo? Mi pare che di te si fidi di più che di noi.

- Va bene, rispose il Pedro - però non fategli del male, in fondo non ha mai ammazzato nessuno!

 

Pedro partì in direzione della grotta, arrivò al lavatoio dove passava la mulattiera e dove tante volte il Ghiga aveva svaligiato i viandanti, scese il ripido sentiero e arrivò al mulino abbandonato e attraversò un pericoloso torrente, proseguì e poco dopo vide la grotta del Ghiga.

- Ghiga! Ghiga! Sono io, il Pedro. Abilmente Pedro lo lusingò, gli raccontò l’ammirazione degli abitanti del paese per le sue gesta: “Tu forse pensi che in paese non ti vogliono vedere? Ti sbagli! Loro ammirano le tue gesta e se ne vantano con quelli di Palagnedra.! E quelli di Palagnedra sono gelosi.”

Il Ghiga ascoltava interessato quei discorsi e cominciava a pensare che era vero…..

- E poi sei sempre solo, da quanto tempo non fai più una bella cantata in compagnia?

All’inizio il Ghiga era un po’ diffidente e non voleva venire ma poi, sentendo parlare di “pulenta cunscia”, di “Vin di Scigulitt” e di una bella cantata si lasciò convincere.

- Così potrete dire a quelli di Palagnedra di aver mangiato e cantato con il famoso Ghiga, ridacchiò il Ghiga.

 

Il giorno fatidico, si presentò in paese armato di fucile e coltello e indossando uno dei suoi più bei vestiti: - Buon giorno a voi amici di Camedo! Sono qui per onorarvi della mia presenza! Un coro di Evviva... Bravo! e un battimani accolsero il Ghiga.

Egli, felice di questa accoglienza, si levò con mossa rapida la carabina che depositò in un angolo e dopo aver tracannato un boccalino di vino offerto dal “Pipa” si sedette e si mise a discutere con gli altri del più e del meno.

Il coltello lo tenne attaccato alla cintura: si sapeva che il Ghiga non si sarebbe privato facilmente della sua arma preferita. Il sindaco e i suoi amici continuavano intanto a riempirgli il boccalino e il Ghiga a poco a poco si ubriacò. E cantavano:

I briganti ballano sui tetti e sulle travi
e le porte scassano se mancano le chiavi

Gira gira in di “Centvai”, corri e non fermarti mai

Sempre all’erta notte e dì, Ghiga sei così!

 

Ad un certo punto una delle cuoche chiese il coltello per tagliare il formaggio da mettere nella polenta. Naturalmente - era questo l’accordo - nessuno mise a disposizione il coltello.

- Pedro, dammi il coltello per tagliare la polenta, disse la cuoca.

-  Non ce l’ho!  mentì il Pedro… e tutti gli altri risposero allo stesso modo.

Il Ghiga, in buona fede, estrae il coltello e lo consegna alla cuoca.

- Tieni Teresa, prendi il mio!

 

Il segnale tanto desiderato era giunto: in un attimo balzarono fuori i tre poliziotti che, puntando le pistole gridarono: - Mani in alto! Aiutati dagli abitanti immobilizzarono il Ghiga e lo arrestarono.

Egli rimase impotente e malconcio tanto da farsi sorreggere. Furibondo lanciò parolacce e minacce. - Aspettate che lo vengono a sapere i miei amici Scigulitt di Borgnone e vedrete! Fu condannato all’ergastolo e trasportato nelle prigioni del Castello di Montebello a Bellinzona.

- Andiamo, ti aspetta una bella vacanza nei sotterranei del castello.

 

Leggenda delle Centovalli raccolta e completata dagli allievi della scuola elementare di Camedo, anno scolastico 1999-2000, sottoforma di diaporama, con i personaggi ed interpreti seguenti:

Symen Koen (Ghiga), Orfeo Eberli (sindaco), Andreas Arnold (Pedro), Duska Mossi (cuoca Teresa), Maria Koen (cuoca), Fabiana Ottini e Anja Zucchetti (viandanti), Bettina Rusconi (Palmira), Luca Balassi (Pipa), Angelica Rizzoli (abitante), Nico Eberli, Fabio Balassi e Brian Meyer (poliziotti).

Regia, trascrizione, missaggio e montaggio, Ilario Garbani; aiuto regia, Cristina Servalle; trucco e fotografia, Marcella Zanotti; narratrice, Fabiana Ottini.

Ulteriori informazioni: Walter Keller, Racconti Ticinesi, Lugano, 1949 (Sistema Bibliotecario Ticinese, http://www.sbt.ti.ch/Sbt/

 

Per la versione con i personaggi vedi la pagina “Ghiga, il brigante di Camedo".


6. Strada cantonale per le frazioni                                     

TRAGITTO A PIEDI PER BORGNONE, ca. 30 min.

Il tragitto verso Borgnone prosegue sulla cantonale e nella zona detta “Mött la Grüss” si trova una cappelletta, probabilmente del ‘600, i cui dipinti sono completamente spariti in seguito all’asportazione delle piode del tetto, rifatto in tempi recenti dall’impresa Germano Salmina di Losone. La cappella si trovava sull’antico sentiero, ancora in parte visibile sotto la cantonale, che collegava Camedo alle frazioni soprastanti.

Continuando il percorso sulla cantonale si attraversa una zona geologicamente instabile recentemente munita di ripari e giunti in zona “Rivöra” si prende un tratto dell’antico sentiero: nella parte iniziale è visibile una pietra tombale a testimonianza di un incidente occorso ad un certo “Gio’ Rizzoli” nel 1859.

 

 

Poco prima dell’abitato di Borgnone, sul vecchio sentiero, si incontra la cappella “di Féman” (delle donne) così denominata in quanto in passato, le donne di Camedo che a piedi si recavano a messa a Borgnone, solevano sostare per riposarsi prima di entrare in chiesa.

Eretta da Domenico Maggioli di Borgnone nell’anno 1780 e restaurata negli anni 1933/34 per conto del sacerdote don Silvio Foletta. Nella nicchia centrale una Madonna in legno, opera dello scultore bleniese Giovanni Genucchi (1904-1979).

 

Continuando lungo la carraia e addentrandoci verso il centro del paese si incontra un curioso reperto: un mortaio chiuso nella parte superiore da una pioda e una pietra da camino addossata alla parete della casa sono stati trasformati in una panca. L’iscrizione posta sulla pietra da camino va letta a specchio come se si trattasse di un calco negativo per ottenere un’immagine positiva.

 

7. Il centro delle “quattro Terre di solivo”                         

ARRIVO A BORGNONE, ca. 30 min.

In tempi antichi, la comunità delle “quattro terre di solivo” (Camedo, Borgnone, Costa e Lionza) facevano parte dell’antico comune di Centovalli che comprendeva anche le terre di “ovigo; fino al 1838, anno in cui si separarono da Palagnedra costituendo l’attuale comune; a Borgnone si teneva una delle riunioni regolari durante la festa di San Giovanni nel mese di giugno.

Un riferimento a San Giovanni, probabilmente l’antico patrono prima della Madonna Assunta, lo si trova in una grezza iscrizione sul lato nord del campanile: “Johanes” e un segno di una croce.

Sopra il piazzale della cantonale si trova la “Casa comunale” che ora serve per le riunioni assembleari e accoglieva la scuola per le frazioni  fin verso il 1970.

 

Chiesa parrocchiale di Borgnone

Eretta nel 1365, la chiesa di Borgnone si costituì in parrocchia autonoma - staccandosi da Palagnedra attorno al 1630. In origine era posta in direzione nord-sud, con l’altare maggiore nell’attuale Cappella dei morti nella quale si trova il prezioso dipinto del Vanoni risalente agli anni 1870-75. All’esterno si nota l’iscrizione: “la presente cappella dedicata alle anime del purgatorio - stata fabricata con le elemosine et fatiche dele quatro terre de solivo - anno 1697”.

L’imponente altare maggiore, in legno riccamente dorato e scolpito, venne eseguito nel 1640 da Bartolomeo Tiberino di Bellinzona. La cantoria (dotata di organo) e il pulpito, in legno, vennero eseguiti da Carlo e Carl’Antonio Manfrina nei primi decenni del ‘900.

Altre due cappelle laterali sono dedicate alla Madonna del Carmelo - con una statua del 1653 eseguita in Valle Vigezzo - e a San Giuseppe con una tela del pittore Meletta di Loco.

All’esterno, sul muro della sacristia, una targa recita: “D.O.M. Francesco et Guido fratelli Tondù di Lionza - fondatori di questa sacristia li 1 7bre 1691”. L’imponente croce di sagrato risale al 1697.

Il campanile è dotato di cinque campane - una assai antica - e altre due recanti le date 1552 e 1700.

 

8. “Scigolett” il brigante di Borgnone                                

Il teatro centrale dell’azione è un’osteria del villaggio di Borgnone. Prima della costruzione della strada carrozzabile, alla fine del XIX secolo, la mulattiera che dalla Valle Vigezzo conduceva a Locarno passava per il paese il quale, malgrado le sue dimensioni costantemente ridotte (nel 1824, ad esempio, contava una trentina d’abitanti), fungeva da centro delle Terre di Solivo. Vi sostavano quindi viandanti provenienti dall’Italia, e coloro che vi si recavano facevano un’ultima tappa prima del Piemonte.

 

Il Scigolett (l’origine del termine non so dire: c’è chi parla di un orologio che il birbante sfoggiava sul panciotto, dal quale deriverebbe il soprannome) esercitava la professione d’alberghiere in una bettola a conduzione familiare, ma che ispirava fiducia a quanti vi si ristoravano. La casa forniva pure un letto per la notte; i malcapitati viaggiatori, specie se davano l’impressione di avere qualche denaro in tasca, erano poi barbaramente trucidati per mezzo di uno strano congegno, sorta di rustica ghigliottina, la cui lama si abbatteva col favore delle tenebre sui colli ignari degli ospiti. Fatti sparire i cadaveri, spesso nelle cantine, tutto continuava come se nulla fosse; l’isolamento del luogo e la circospezione dei malandrini soffocavano sul nascere ogni sospetto.

 

Ma i Scigolitt (se ne parla facilmente al plurale, ciò che dà l’impressione di una banda organizzata piuttosto che di un solo individuo) non si limitavano a tali fatti di sangue entro le mura domestiche. Non esitavano infatti ad aggredire dei passanti che presumevano ricchi. Una volta un pover’uomo di Olgia o di Folsogno, venuto fino a Borgnone per chiedere al parroco di benedire alcune camicie destinate ai malati degenti oltre frontiera (forse in una specie di ospedale-lazzaretto, esistito in periodo d’epidemia o di minaccia di colera per arrestare il contagio al confine), fu adocchiato dall’oste, inseguito ed ucciso…per una refurtiva di pochi centesimi! Specialisti d’ogni genere di furti, i malviventi rubarono, in un’altra occasione, una vitella ben grassa dalle parti della Rovedana presso Lionza, e ne fecero prestamente un lauto banchetto. Sempre riguardo al bestiame (base dell’economia d’allora), si ricorda che sottrassero un’intera roscia di capre a certi abitanti di Olgia; sorpresa sola in casa dai proprietari venuti a riprendersi le loro bestie, una delle donne dell’osteria – se moglie o madre del capo non si sa -, uscita a schiamazzare sulla terrazza, fu messa a tacere con un colpo d’archibugio e pagò così una parte dei misfatti commessi sotto il suo tetto.

 

Il malandazzo durò per alcuni anni; certo nella regione si notavano fatti strani e si mormorava, ma nessuno osava denunciare il Scigolett, per paura, e perché la sua faccia tosta era disarmante. Viene tuttora citata la sua risposta ad alcune persone che a Corcapolo, quando già lo si cominciava a ben conoscere, gli consigliavano di prendere il largo: “Chi male non fa paura non ha”(!).

All’origine del suo arresto  sarebbe, secondo alcuni, un crimine che lasciò il segno nella sua stessa famiglia. Un nipote emigrato in Francia, di ritorno in patria, non scampò al solito trattamento dei Scigolitt, che non avevano riconosciuto il loro parente in quel visitatore ben messo; la madre della vittima, temendo a giusto titolo il dramma, sopraggiunse troppo tardi nella famigerata taverna, e trascorse il resto della sua vita nella disperazione a contemplare da Crignola, dove abitava, il luogo di sepoltura del figlio. Questo l’avvenimento che avrebbe fatto nascere il rimorso nel Scigolett, e messo la giustizia alle sue calcagna. Ma secondo altri, le autorità sarebbero state allarmate da un forestiero dal sonno leggero… Ad ogni modo il bandito, una volta scoperto e costretto alla fuga, si aggirò per un po’ nei dintorni scegliendo fra i suoi nascondigli la soffitta della Cappella dei Salèe, sulla via di Lonza. Uccel di bosco, sfuggì varie volte ai gendarmi. Un celebre episodio vuole che, accerchiato da una pattuglia e dovendosi avanzare su di un ponte, il Scigolett, a cui qualcuno gridava di arrendersi perché “anche le volpi vecchie si pigliano”, si sia slanciato oltre il parapetto, dopo aver laconicamente risposto: “Ma non di questo pelo!”, e se la sia cavata. Fu preso in seguito, non si sa in che circostanze; dopo un lungo processo durante il quale avrebbe confessato non meno di 32 omicidi, fu condannato a morte, chi dice per impiccagione a Giubiasco, chi, ricordando forse i suoi metodi, per decapitazione a Losone. Rimase di lui, oltre la fama, una misteriosa apparizione, fantasma o anima in pena, interamente vestita di rosso (alcuni videro in essa una figura ecclesiastica), sorta talvolta nella notte, tra i pini, vicino alla Cappella dei Salèe…

 

Di tutte queste vicende, ho creduto a lungo che non si trattasse altro che della ripresa locale di una leggenda comune a diverse culture europee: l’episodio dell’assassinio “per errore” di un membro della propria famiglia costituisce, ad esempio, la trama di alcune canzoni popolari francesi, del testo teatrale Le Malentendu di Albert Camus, e di tradizioni orali passate oltre Atlantico, specialmente in Sudamerica.

 

La curiosità e il caso mi hanno ora fornito degli elementi che non solo mi impediscono di essere così categorico, ma mi inducono a pensare che il fondamento storico degli avvenimenti non è troppo differente da quanto si racconta. Il nome di “Scigoleta” (come del resto quello di “Ghigheta”) appare nei registri parrocchiali di Borgnone all’inizio del XIX secolo, e certe sparizioni, alcune male morti che si leggono fra le righe degli stessi sembrano confermare la veridicità dei fatti, sottolineata del resto dagli echi di un ancora misterioso processo criminale a cui si allude verso il 1825. È probabile che la versione popolare trasmessa oralmente concentri in una sola persona, esagerandone la portata, degli atti commessi da un gruppo di malfattori, estesi forse a più di una generazione, e certamente a più di una famiglia. La mia ipotesi è quella di un “clan” dei Scigolitt (la frequenza del plurale, di cui ho già parlato, non è casuale), banda eterogenea di briganti, unita magari da un legame di parentela (il che, visto, l’elevato tasso d’endogamia che caratterizzava le nostre regioni nei secoli scorsi, non ha nulla per sorprendere), che approfittava della situazione politica precaria dei primi anni del Canton Ticino, delle lacune giudiziarie, delle condizioni geografiche (prossimità della frontiera, isolamento) e sociali (scarsa presenza di uomini, a causa dell’emigrazione) per imporsi senza scrupoli. Un’indagine storica più attenta dovrebbe permettere di precisare il volto, il numero, le azioni di chi si cela dietro un nome che ha resistito per oltre un secolo e mezzo agli sconvolgimenti del progresso, ai nuovi assi stradali, allo spopolamento, e all’annebbiarsi delle memorie.

 

Testo di Daniele Maggetti, Pro Centovalli e Pedemonte, 1988, pag. 110

 

9. Il Parco dei mulini                                                            

CA. 2 ORE 1/2 CON PAUSA PRANZO

 

Cappella “di Salèe”

Poco dopo l’abitato di Borgnone si arriva alla cappella “di Salée” che di fatto rappresenta l’inizio dello storico sentiero del mercato le cui tracce sono visibili prima e dopo il portico della cappella stessa. Risalente al ‘600 è decorata all’interno da affreschi restaurati dal pittore Carlo Mazzi nel 1951.

Secondo la leggenda, il noto brigante “Scigolett” soleva usare la parte superiore della cappella quale nascondiglio, accedendovi attraverso l’apertura visibile sopra la volta.

 

Il parco dei mulini

Il vecchio tratto del sentiero del mercato - così denominato in quanto era la vecchia mulattiera che metteva in comunicazione il Locarnese con l’Italia e più oltre il Sempione - è andato distrutto in seguito alla costruzione della strada cantonale e un nuovo collegamento è stato aperto nel 1999 ad opera del comune di Borgnone.

Continuando su questo sentiero si arriva al Parco dei mulini, una zona pregevole riportata alla luce che in passato rappresentava una sorta di zona artigianale.

 

I resti di un antico maglio costituiscono i reperti più significativi riportati alla luce durante gli scavi: vi si notano le tre imponenti pietre infisse nel terreno sulle quali era montata la struttura in legno che assicurava il bilanciamento del martello del maglio; il martello, a sua volta, veniva sollevato a ritmi regolari dal perno collegato alla ruota azionata dall’acqua. Di fronte, la pietra scavata che accoglieva il basamento dell’incudine e di lato la forgia.

Oltre ai muri perimetrali della costruzione, nel grande masso soprastante sono visibili i segni dove appoggiava il tetto della costruzione e nella sua parte destra, gli incavi che servivano da appoggio del canale di adduzione dell’acqua per il maglio, proveniente dal riale soprastante.

 

A lato del maglio - e partendo dai resti di muratura ritrovati - è stato ricostruito uno spiazzo che nell’estate del 2003 ha permesso di allestire una carbonaia, organizzata dal Museo regionale con una squadra di carbonai provenienti da Azzone in provincia di Bergamo. http://centovalli.bizland.com/exvoto/id6.html

 

Il grande masso soprastante è stato oggetto di tentativi di lavorazione senza esito; infatti, attorno agli anni ’50 è stato minato e nella spaccatura è ancora visibile il foro dove è stata inserita la carica.  Al di sopra del masso, nella parte ad est, sono pure visibili le tracce

 

Poco sopra il maglio si trova il lavatoio cosiddetto “dell’acqua calda” al quale in passato vi confluivano le donne di Borgnone e Lionza, soprattutto in inverno, per lavare i panni approfittando dell’acqua temperata che sgorgava dalla sorgente soprastante. Purtroppo, durante i lavori di costruzione della cantonale, la sorgente temperata è andata persa e la temperatura attuale si aggira attorno ai 10-12 gradi.

Risalendo sul sentiero, si arriva alla nuova passerella posata dal comune di Borgnone nel 1999 in sostituzione del vecchio ponte del sentiero andato distrutto negli anni ’50, sempre a seguito della costruzione della strada carrozzabile. Al di sotto, una ridente cascata si è aperta un solco nella roccia prima di gettarsi nel profondo pozzo.

 

Sulla sponda sinistra del riale, incontriamo dapprima un grosso masso con inciso l’indicazione “VIA LOCARNO/K 19” oltre al nome e alla data di esecuzione: “FISCALINI FILIPO 1884”.

 

Appena sotto, i recenti scavi e le opere di consolidamento, hanno permesso di riportare alla luce e valorizzare un antico forno del pane - una pietra reca la data 1884 - la scala di accesso e una cappella inizialmente provvista di portico probabilmente del Seicento. Gli affreschi essendo andati in rovina, al suo interno è stato posato un quadro raffigurante la Madonna di Montenero donato dalla signora Celestina Fiscalini di Lionza.

Al di sotto della cappella ci sono i resti, ormai completamente distrutti, di due mulini.

 

Nella parte sopra la cantonale, vicino al riale, sono visibili i buchi incisi nella roccia che sostenevano il canale che portava l’acqua ai mulini sottostanti; poco oltre, una curiosa iscrizione che testimonia di un probabile incidente: “di qesta F mia fato sortire P.A.F.” dove la sigla P.A.F. sta per Pietro Antonio Fiscalini, allora proprietario del mulino soprastante i cui resti sono andati distrutti da un enorme lastrone di pietra staccatosi dalla roccia soprastante. Oltre al mulino esisteva pure un forno, in parte scavato nella roccia (si possono vedere i canaletti incisi nella roccia per deviare l’acqua che vi scorreva lungo la prete) la cui bocca che reca la data 1884 è stata sistemata nella parte inferiore.

 

Ritornando sul sentiero, la cui parte iniziale è stata ricostruita, si ritorna a percorrere l’antico sentiero del mercato prima di giungere alla cappella “di Tesa”, sotto l’abitato di Lionza, costruita dalla famiglia Tondù nel 1664 come si vede dall’iscrizione presente sulla volta.

 

 

10. Il Sentiero del Mercato                                                  

Poco dopo l'abitato di Borgnone (m. 710), una cappella con portico (cappella “di Salèe) segna l'inizio dell'antico sentiero del Mercato, la mulattiera che prima dell’arrivo della cantonale, costituiva l’unico collegamento tra il Locarnese e la vicina Italia e più oltre verso il Sempione.

Dopo pochi passi ci si addentra nel Parco dei mulini: di recente valorizzazione, quest'area dedicata alla pietra presenta diversi reperti di un antico insediamento artigianale in una sorta di museo all'aperto (vedi prospetto separato).
Il sentiero prosegue pianeggiante fino alla cappella di Tesa - doverosa una visita al paese di Lionza (m 790) con le svariate testimonianze della famiglia Tondu - prima di continuare in direzione di Verdasio (m 710); qui si possono ammirare rari esempi di architettura rurale, suggestive viuzze lastricate e ampi porticati.
Il sentiero continua in direzione del Monte Comino, deviazione per Slogna al primo tornante e prosegue in leggera discesa fino a Calezzo da dove si raggiunge Intragna (m. 339) passando per la frazione di Costa oppure scendendo verso la cantonale.
Da non mancare, dopo uno spuntino nei diversi ristoranti del paese, la visita del Museo regionale e del campanile piu' alto del Ticino (m. 65).

 

11. Lionza, un balcone sulla valle                                      

VISITA DEL PAESE DI LIONZA, ca. 1 ora

Dalla piazza antistante la chiesa si gode di uno stupendo panorama su tutta l’alta valle, che si apre all’altezza dei nostri occhi in particolare sui paesi della sponda opposta adagiati ai piedi della catena del Gridone (m. 2’188): partendo da sinistra, Verdasio ci appare di profilo quasi attaccata alla montagna; di fronte il piccolo villaggio di Rasa con il soprastante Pizzo Leone (m. 1’659) e poco oltre si intravede l’abitato di Bordei, completamente restaurato negli ultimi decenni per conto della fondazione Terra Vecchia.

Palagnedra, comodamente adagiato sull’ampio terrazzo che si eleva fino ai piedi dell’imponente montagna; Moneto quasi schiacciato dalla forza dell’immensa catena rocciosa soprastante, la costa di Pian dal Barch con l’ultimo paesello di Monadello e sullo sfondo la Valle Vigezzo. Poi, così vicini quasi da poterli toccare, Borgnone proprio di fronte e Costa, sull’estrema destra, sotto l’imponenza del Pizzo Ruscada.

 

Ma la bellezza di questo ridente paesello non si arresta qui: nella parte ad est, una zona destinata unicamente alle stalle, si trovano un lavatoio coperto e in una stalla sottostante visibile dall’esterno, un torchio a vite del 1828, inizialmente costruito per la produzione dell’olio di noce ed in seguito usato per la torchiatura dell’uva.

Percorrendo il sentiero per il Monte Saorée - del quale esistono riferimenti quale paese stabilmente abitato fino al 1363 – e svoltando a sinistra poco sopra l’ultima stalla, si incontrano i cosiddetti “Röd”: dei canali scavati nel terreno a protezione del paese sottostante. Si può percorrere il canale principale fino al suo inizio e continuare verso “Saliröi”, un paese abbandonato a circa dieci minuti dal paese oppure scendere lungo il sentiero che attraversa il paese. Oltre a diversi affreschi sulle facciate delle case, da notare una “tavola mulino” incisa su una panchina, proprio dietro il palazzo Tondù.                                

 

Oratorio di Lionza.

Dedicato a Sant’Antonio da Padova l’oratorio di Lionza risale al XVII secolo; la sua presenza è confermata nei rapporti della visita pastorale di Mons. Carafino nel 1636 - anche se sono probabili versioni di epoche precedenti - e venne ampliato nella sua forma attuale e consacrato nel 1664.

Di notevole pregio l’immagine di Sant’Antonio del 1682 eseguita a Vienne (Francia) per conto di un certo Guidetti. All’esterno della cappella della Madonna del Sangue figura l’iscrizione: “D.O.M - Pietro e Antonio fratelli Tondu - fondatori di questa cappella - 8 7bre 1691”.

Il fonte battesimale in marmo è del 1751 mentre le decorazioni interne, eseguite da Arnaldo Marchesi di Brescia, risalgono al 1901. All’esterno, il cimitero venne benedetto nel 1668.

Il campanile risale all’anno 1770, come figura sui quattro lati del campanile stesso, ed è dotato di tre campane fuse nel 1893 dallo stabilimento Bianchi di Varese.

 

Poco sopra la chiesetta c’è la “Casa del cappellano” probabilmente legata al cappellano Giacomo Maria Tarcia riscontrato nel 1702. Di proprietà del Legato Tondù è stata affittata a privati che hanno provveduto al restauro. Sulla facciata Sud vi è dipinto lo stemma della famiglia Tondù mentre su una lastra del muretto del giardino vi è scolpita una “tavola mulino”.

 

12. Il palazzo Tondù                                                            

Da ormai troppi anni il “palazzo” Tondù di Lionza segna il degrado del tempo con il pericolo che una fra le più importanti testimonianze legate all’emigrazione dei nostri paesi vada irrimediabilmente perduta.

Costruito nel 1658 dalla famiglia Tondù - emigranti spazzacamini che ebbero grande fortuna nella zona di Parma - venne in seguito legato ai Terrieri che lo gestiscono tuttora attraverso l’omonima Fondazione Casa Tondù di Lionza.

Alfine di trovare una soluzione degna per una delle testimonianze più significative di tutta la regione è stato dato incarico allo studio d’architettura Urs Plank di Calezzo di elaborare un progetto che consenta di applicare un maggior numero di soluzioni possibili.

Il progetto, che verrà ufficialmente presentato nella primavera 2006,  prevede la creazione di una quindicina di monolocali, ognuno con servizi propri ed indipendenti, facilmente trasformabili a dipendenza delle necessità, oltre ad alcuni locali comuni e di servizio quali la cucina e la réception.

La particolare configurazione della struttura permette l’insediamento di diverse attività, facilmente combinabili fra loro, quali ad esempio:

appartamenti di vacanza: con possibilità di combinare l’accoglienza di turisti durante la stagione estiva e della popolazione anziana durante i mesi invernali quale alternativa al ricovero presso istituti di cura;

 

monolocali per studenti o ricercatori: il progetto di Parco nazionale del Locarnese potrebbe costituire un ottimo bacino d’utenza; alcuni monolocali sarebbero facilmente trasformabili in locali di studio pur mantenendo le possibilità di alloggio;

.

Garni, pensione o Bed & Breakfast: la presenza della cucina e della réception permette l’insediamento di strutture legate alla ristorazione.

 

“I Tondù di Lionza” di Guido Fiscalini, Ed. Museo regionale, Fr. 5.- (in vendita alla cassa).

 

13. Verso la stazione di Palagnedra                                  

ALLA STAZIONE DI PALAGNEDRA, ca. 45 min.

Ultimata la visita del paese di Lionza, sicuramente interessante e da non mancare, si ritorna alla cappella di Tesa per riprendere il sentiero del mercato che ci porterà alle Piazze e da qui alla stazione di Palagnedra.

Dopo una ventina di minuti si arriva al Ponte “da Marcoo”, il ponte del mercato, sostituito da una passerella nel 1995 in quanto il manufatto precedente è stato spazzato dall’alluvione del 1978. Qui, vicino al greto del fiume si possono vedere i vecchi pozzi nei quali veniva messa la canapa a macerare.

Proseguendo, si raggiunge un gruppo di case (Ort di Cansgei) e si prosegue fino alle Piazze: da qui, svoltando a destra, si scende lungo un comodo sentiero fino alla stazione di Palagnedra. Un ultimo sguardo sulla diga sottostante e poi via, si torna a casa con la Centovallina che non tarderà a spuntare dietro la curva.

 

DURATA DEL PERCORSO DA CAMEDO A PALAGNEDRA STAZIONE: 6 ORE 

 

 

14. Varianti e proposte                                                       

 

A.                             Dalla località Piazze alla stazione di Verdasio:

Anziché scendere alla stazione di Palagnedra, proseguire lungo il sentiero per Verdasio; da qui discesa lungo la cantonale.

A Verdasio: ristorante al Pentolino, 091 780 81 00

Grà (per l’essiccazione delle castagne) all’inizio del sentiero per il Monte Comino.

Nucleo del paese, case patrizie legate all’emigrazione di notevole valore architettonico.

Tempo di percorrenza Piazze – Verdasio: ca. 45 min.

Tempo di percorrenza Verdasio – Verdasio Stazione: ca. 30 min.

 

B               Da Verdasio a piedi fino ad Intragna:

Sentiero per il Monte Comino, al primo tornante proseguire in direzione di Slögna, Calezzo e quindi discesa su Intragna (strada cantonale) oppure proseguire in leggera salita fino a Costa e discesa su Intragna attraverso la valle dei mulini.

                  Tempo di percorrenza da Verdasio: ca. ore 2.

 

C               Da Verdasio al Monte Comino:

                  Comoda mulattiera in salita con rientro alla stazione di Verdasio con la funivia.

                  www.comino.ch, Tempo di percorrenza: ca. ore 2.

 

                  Idem con rientro a piedi lungo il sentiero fino ad Intragna (2 varianti)

                  Tempo di percorrenza da Verdasio: ca ore 3 ½.

 

                  Monte Comino:

                                              Grotto Riposo Romantico (con alloggio), 091 798 11 30
Ristorante - Ostello Alla Capanna, 091 798 18 04,
www.montecomino.ch 

 

                  Intragna:             diversi ristoranti, alberghi e negozi

                                              Museo regionale (vedi informazioni),

                                              salita sul campanile più alto del Ticino (m. 65)

                                              treno e autopostale per Locarno.

 

D               Variante percorso completo da Intragna a Camedo (Sentiero del mercato)

                  NB. itinerario impegnativo per buoni camminatori.

                                              Intragna – Costa – Calezzo – Slögna – Verdasio – Piazze – Lionza – Borgnone Camedo (rientro con la Centovallina).

                                              Tempo di percorrenza: ca. 7 ore.

                 

                 

INFORMAZIONI                                                       

 

Ristoranti a Camedo:          Ristorante Vittoria (sopra la stazione) 091 798 11 75

Osteria Grütli con alloggio (in paese), 091 798 17 77

Albergo-ristorante Elvetico (Dogana), 091 798 10 95

 

Cancelleria di Borgnone:    6659 Camedo, 091 798 12 55 - fax 091 798 12 56

aperto: martedì 9°°-12°° - giovedì 15°°-20°°

comune.borgnone@bluewin.ch

 

Ufficio postale Camedo:     091 798 11 40 - aperto: 15°°- 17°° - sabato 8.00-8.45

 

Stazione Fart Camedo        091 798 11 41

 

Dogana svizzera:                 Il valico doganale è aperto dalle 05.00 alle 01.00.

                                               Valico incustodito, controlli possibili nel raggio di 10 km.

 

Ostello:                                  Ostello comunale, Palagnedra, 091 798 11 53
http://www.palagnedra.ch   

 

Ferrovia:                                Ferrovia delle Centovalli (Fart): 091 756 04 00 www.centovalli.ch

 

Museo:                                   Museo regionale Centovalli e Pedemonte, 6655 Intragna

091 796 25 77, info@museocentovalli.ch, www.centovalli.net - www.museocentovalli.ch 

aperto da Pasqua a fine ottobre: 14°° - 18°° - lunedì chiuso

Entrata, Fr. 5.- gruppi, Fr. 3.- studenti, Fr. 1.-

-         Internet corner - informazioni turistiche

-         salita sul campanile più alto del Ticino, m. 65.

 

Il Museo regionale delle Centovalli e del Pedemonte si trova nel nucleo di Intragna, un tipico villaggio ben conservato all'imbocco delle Centovalli ed è ubicato dietro la chiesa parrocchiale, sull'antica mulattiera per la Valle Onsernone. Di proprietà della Fondazione del Museo regionale delle Centovalli e del Pedemonte, nella quale sono rappresentati i sei comuni della regione, Tegna, Verscio, Cavigliano, Intragna, Palagnedra e Borgnone, è aperto al pubblico dal 1989 nella Casa Maggetti, costruita nel XVI secolo ed ampliata in diverse epoche; è riconosciuto dal Centro di dialettologia e di etnografia con il quale opera in stretto contatto nella salvaguardia e nella valorizzazione del passato della regione.

La collezione permanente, di carattere storico-etnografico, riflette ed interpreta gli usi e i costumi del passato della regione, attraverso una trentina di spazi espositivi ripartiti sui tre piani e nell'ampio cortile. Al primo piano il locale di ingresso fornisce utili informazioni ai visitatori sulle possibilità di escursioni, alloggio o luoghi da visitare e mette in vendita una serie di articoli quali cartoline, riviste o pubblicazioni realizzate sotto l'egida del Museo in occasione di mostre temporanee di carattere etnografico o artistico. La "sala granda" accoglie regolarmente esposizioni tematiche, frutto della ricerca portata avanti nell'ambito delle attività del Museo; qui si trova pure il centro di documentazione dotato di una ben fornita biblioteca di carattere etnografico, un archivio di documenti, oltre duemila fotografie e vari articoli di giornali e riviste che trattano temi locali.

m/m - agosto 2010

 

 

MIGROS percento culturale
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