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MUSEO - Gottardo Cavalli, diario di uno spazzacamino

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Gottardo Cavalli, diario di uno spazzacamino

Gottardo Cavalli: diario di uno spazzacamino

L'emigrazione degli spazzacamini, ha rappresentato per oltre tre secoli una delle principali occupazioni delle forze lavorative della nostra regione; un mestiere che pur condiviso con altre realtà ticinesi aveva nelle Centovalli e nella vicina Valle Vigezzo una particolare diffusione; basti a questo proposito ricordare che gli abitanti di Intragna venivano chiamati con il soprannome di "Spazzacamitt".
Squadre di "padroni" partivano sul finire dell'autunno, verso il mese di novembre, lungo la Via del mercato per raggiungere le città della Lombardia e del Piemonte portando con loro una folta schiera di bambini, i "bocia", particolarmente richiesti per la loro esile costituzione che permetteva di introdursi senza difficoltà nei camini più stretti.
Una della rare testimonianze è quella di Gottardo Cavalli di Calezzo che attraverso un manoscritto conservato nell'Archivio cantonale, rievoca con passione le tristi vicende degli spazzacamini, in particolare la sua personale esperienza occorsagli negli anni 1915-16, quando non aveva ancora compiuto otto anni.
Dal suo manoscritto abbiamo selezionato alcuni passaggi, scelti tra i più significativi, che ci aiutano a meglio comprendere la triste realtà dei nostri paesi fatta di stenti, fatiche e sacrifici; una storia che va tuttavia letta con gli occhi di allora, quando la realtà che si lasciavano alle spalle era ancora più misera e triste.


Spazzacamini.jpg

Attività

-         Lettura di alcuni estratti del testo

-         Considerazioni dell’allievo sul testo presentato

-         Esecuzione di un disegno

-         Vista del camino nella sala 6, illuminato dall’interno e visibile nella sala 8 spazzacamini

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CascataDiLuce - click to zoom...

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La partenza 

Era una mattina di novembre dell'anno 1915, dopo i Santi.

Si partiva, preparato era già il fagotto. Uno piccolo per me dove la mamma aveva riposto i miei vestiti, cioè qualche camicia e calze, e uno più grande per mio padre.

Dalla frazione di Calezzo scendemmo ad Intragna; c'era ancora qualche formalità da regolare con il Sindaco affinché io potessi partire, causa la scuola che era già obbligatoria; mio padre doveva impegnarsi a firmare che avrei frequentato la scuola in Italia.

Mia madre ci accompagnò, portava un gerlo, perché nel ritorno doveva far provviste.

A piedi raggiungemmo Ponte Brolla (la diligenza era già prenotata da altri) per prendere il treno della Vallemaggia che ci condusse fino a Locarno.

Considerazioni

- Quanto era lungo il viaggio a piedi fino a Ponte Brolla ? (si vede dalla loggia al 3° piano)

- Cosa portate con voi quando fate un lungo viaggio ? Fate un elenco di tutte le cose.

- Come si sentiva il bambino la mattina della partenza ?

- E come la mettiamo con la scuola ? Il padre doveva garantire che il bambino sarebbe andato a scuola in Italia, ma… poteva essere vero ?
- Perché presero il treno della Vallemaggia ?

 

In viaggio

Ero contento di partire, di vedere il nuovo treno a vapore, ma così non era per mia madre: quanta tristezza in quegli occhi umidi!

Me la ricordo immobile, fissa come una statua: lei la sapeva la realtà, ma non poteva opporsi alla mia partenza; mio padre era autoritario, aveva deciso, anche contro la mia volontà.

A Locarno prendemmo il treno per Luino, so solo che non mi staccai dal finestrino.

Tutto era nuovo per me. La velocità del treno, il lago, i battelli, i paesi...

A Luino, dogana... si era già in tempo di guerra 14-18... pratiche lunghe da una sala all'altra... per fortuna mi ricordo c'era un doganiere di Intragna, certo Simoni Pietro che aiutò mio padre a sbrigare tante formalità.

Considerazioni

-         Che cos’è un treno a vapore e quali le differenze con un treno elettrico ?

-         Come si sentiva la madre del bambino quella mattina ?

-         Descrivete il tragitto in treno fino a Luino: quali linee ferroviarie bisogna prendere ?

-     Quali dogane conoscete ?

 

L’arrivo in Italia

Verso sera arrivammo a Novara, andammo a trovare un cugino di mio padre, tale Maggetti Gottardo che si poteva chiamare il "Re degli Spazzacamini".

Un bell'uomo, vestito elegantemente, conosciuto anche "in alto", mi mostrò anche una foto con dedica dell'allor regnante papa. Persona molto cortese ed ospitale ci diede da mangiare e da dormire.

Il mattino seguente andammo alla stazione, le auto erano ancor così rare, ma se ne vedevo una, non bastava salir sul marciapiedi, abbisognava il vano di una porta, mettersi al sicuro. Prendemmo il treno un'altra volta, ancora una volta mi misi al finestrino ad osservare: vedevo le montagne che diventavano sempre più piccole e poi scomparire... Ora il mio interesse diminuiva, si entrava in una zona dove tutti i paesi sembravano uguali, cominciò la foschia e poi la nebbia. Eravamo giunti a Mortara, una città di 20 mila abitanti, con strade larghe e belle piazze; in 10 minuti col nostro fagotto raggiungemmo la nostra dimora.

Era un locale di circa 20 m2., con un camino, una rozza tavola, due panche e in angolo c'era un po' di paglia, tenuta da due tavole (assi): il nostro letto per dormire; non c'era luce…

Considerazioni

-         Dove andavano gli spazzacamini a lavorare ?

-         Come era grande la loro dimora e quali mobili c’erano ?

-         Che differenza con la vostra abitazione ?

 

Si comincia…

La mattina da una chiesa vicina, dedicata a Santa Veneranda, suonò l'Avemaria, erano circa le sei. Sento una voce, quella di mio padre (salta fora) tutti i piedi ancora addormentati. Come il militare bisognava equipaggiarsi: un sacco vuoto sulle spalle, la raspa, la scopa (al scuin) un sacchetto di tela per ripararsi la testa e via... io ed un altro con padre, gli altri due con mio zio.

Entrambi già s'eran messi d'accordo sulla destinazione. Noi cominciammo con la città; era appena giorno, tutta la città si muoveva per andare al lavoro, quasi tutti a piedi, qualche bicicletta, qualche carriola (detta galiotta) nessuna macchina.

La voce di mio padre che gridava "spazzacamino" era forse l'unico rumore che sovrastava tutti gli altri.

S'affacciavano alla finestra, venivano sulla porta le comari (l'è rivaa al spazzacamin) segno dell'inverno...

Una aveva già acceso il fuoco, l'altra doveva uscire, da qualcuno si fissava l'ora, un'altra contrattava il prezzo. Ricordo qui che una volta gli spazzacamini non ricevevano nessuna ricompensa per pulire i camini, si accontentavano di avere la fuliggine da vendere come concime.

Per questo spazzavano alla perfezione il camino e portavano via, con gran dispetto delle donne, anche la poca cenere che c'era nel focolare.

La fuliggine delle fabbriche però valeva pochissimo, perché era troppo bruciata.

In un giorno si spazzavano da 20 a 30 camini.

Considerazioni

-         Quali oggetti portavano con sé gli spazzacamini ?

-         A cosa serviva ogni oggetto ?

-         Perché il padre gridava “spazzacamino” ?

 

Il mio primo camino

Eravamo entrati in una casa, mio padre mi assestò i vestiti. La giacca era di fustagno, senza tasche, doveva essere fatta entrare nei pantaloni e quindi insieme legati stretti alla cintura per impedire che scendendo dai camini stretti, la giacchetta non s'arrotolasse all'insù. Un sacchetto di tela (la caparuscia) copriva la testa e veniva attorcigliato sotto il mento per resistere alla polvere; in una mano avevo la raspa, nell'altra lo scopino.

Salii qualche metro, ma già dalla paura mi mancava il respiro, discesi, mi misi a piangere. Allora mio padre mi disse: "Aspetta qui che vado su io" e così fece. Era un camino piuttosto largo che lui già conosceva... forse quarant'anni prima aveva fatto come me.

Poi, incoraggiato dal suo esempio, provai anch'io e ci riuscii, ma era già pulito.  Nessuno può immaginare quale impressione si può avere racchiusi in un buco, tutto buio, salire a forza di gomiti e di ginocchi, dieci o venti centimetri per volta. Dapprima si doveva levare la catena e la stanga che portava la catena. Poi, per mezzo di una sedia messa nel focolare, o tramite un aiuto, si saliva nella cappa, appoggiandosi alle pareti, prive di gradini, lisce o ruvide.

Ci si appoggiava (facendo forza) con la schiena, i gomiti e le ginocchia; da sospesi ci si alzava, spostando le braccia più in alto possibile e in seguito appoggiando i piedi più in alto. Salendo, prima di muovere le gambe si puliva con la raspa sopra la testa, le 4 pareti per circa 30-40 centimetri.

Discendendo si prendeva lo scopino e si puliva, appoggiandosi come prima.

Il riccio si adoperava nei camini fatti a tubo, rotondi, dal diametro di 30-40 centimetri.

Ma più il camino è stretto, più ti senti soffocare, t'arriva addosso tutta la fuliggine, anche col sacco in testa devi respirare, non puoi scendere perché sotto c'è il padrone... poi si pensa forse c'è un metro, forse anche meno, proviamo ancora... a qualche metro dalla cima si sentiva un'aria fredda, questa ci faceva fare lo sforzo. Quando s'arrivava in cima al camino bisognava gridare "spazzacamino" così i proprietari ci sorvegliavano se si era terminato di pulire tutto.

Considerazioni

-         Come si chiamava il sacco in tela per proteggersi la testa ?

-         Quali altri attrezzi si adoperavano e a cosa servivano ?

 

Una brutta avventura…

È qui a Bergamo che mi capitò la più brutta avventura di spazzacamino.

Si doveva pulire un camino di un forno per la cottura del pane. Con mio zio iniziai il lavoro prima del solito.

Questi camini hanno sempre un tratto piano orizzontale che passa sopra il forno e raggiunge poi il muro maestro dove si trova il camino.

Entrai nel camino nel tratto piano, quindi dopo l'angolo retto c'era la salita.

M'accorsi subito che questo camino non era stato pulito da lungo tempo, poiché era pieno di fuliggine.

Arrancando e pulendo arrivai in cima al camino dove c'era una torretta costituita da un tubo di circa 20 centimetri di diametro. Cominciai la discesa, ma quando giunsi in fondo non potei più uscire, perché c'era tutta la fuliggine.

Mi misi ad urlare; c'era il padrone del forno, non mio zio; mi sentivo mancare, mi arrampicai ancora fino in cima; di lì non potevo uscire. Vedevo solo un po' di luce, un metro sopra la mia testa... gridai a più non posso... tanta gente era accorsa; udii anche la voce di mio zio, mi calai giù ancora una volta, ma egli avendo sentito la mia voce in alto, era salito sul tetto.

Ancora una volta dovetti risalire, finalmente dal tetto riuscii a parlargli.

Mi calmò un po' poi disse che sarebbe andato a chiamare un altro bocia; dopo mezz'ora arrivò con un altro ragazzo. Questi entrò nel camino nella parte piana per ben 10 volte ed ogni volta portava con se un po' di fuliggine.

Finalmente dopo un'ora di questo supplizio arrivò un po' di aria ed essendo la parte piana quasi sgombra potei uscire.

Non potevo più parlare e rimasi sdraiato su un divano fino al giorno seguente.

 Ancor oggi dopo cinquant'anni mi capita di sognare d'esser in un cunicolo stretto, buio, polveroso, con la testa avvolta in un sacco... mi sembra d'asfissiare e mi sveglio.

Da quel giorno presi tanti scapaccioni da parte di mio padre perché mi rifiutavo, ma nei camini di forni non sono più entrato, tanto era il terrore.

 

Così arrivò Natale.

Quel giorno, come il primo dell'anno non mangiammo polenta... eravamo invitati, com'era l'usanza, a casa di un conte o di un ricco proprietario... non era permesso lavarci la faccia, dovevamo servire da porta fortuna, sedersi ad un tavolo con tovaglia bianca, con tutti i cibi che si voleva... non una parola che avesse un senso, che comprendesse la nostra misera situazione. Ben più valeva quel pezzo di pane o il piatto di minestra che ci veniva dato da povera gente... dato con spontaneità, senza nulla pretendere... invece quei ricchi pretendevano con quel pranzo, fortuna e chi sa quali altre cose.

Tutto il giorno di Natale e Capodanno eravamo sguinzagliati per le strade, entravamo nelle case dei ricchi ove facevamo gli auguri, quasi tutti ci davano la mancia: chi un soldo, chi due, chi una lira di carta (erano appena state stampate). Tutto sommato alla sera si aveva raccolto 100-200 lire che si consegnavano al padrone e che poi, ci dicevano, ci sarebbero state restituite.

Nelle chiese osservavamo i presepi: anche noi dormivamo nelle stalle con le bestie che col loro corpo rendevano la temperatura tiepida ed accogliente, a noi però mancava la mamma e San Giuseppe.

Considerazioni

-         Perché i piccoli spazzacamini erano invitati dai grandi signori a Natale e Capodanno ?

-         Secondo voi, era per questi bambini un Natale felice ?

 

Ho freddo e fame…

Più tardi, in gennaio cominciarono le lunghe peregrinazioni... non si ritornava più in città, ma si dormiva dove si arrivava, in una stalla e allora si era fortunati, od in un fienile. Si faceva un buco nel fieno, restava fuori solo la testa; oppure era paglia sotto una sosta. Questa era fredda, non si poteva riscaldarsi, ci pigiavamo uno contro l'altro.

Nelle fattorie si aveva maggior fortuna, si dormiva nella stalla, ai lati c'erano due file di buoi, in fondo c'era il deposito del fieno; le stalle erano pulite, le donne la sera venivano a far la calza, a riscaldarsi, a far quattro chiacchiere. In questi cascinali, come già detto abitavano circa 20-30 famiglie che lavoravano come mezzadri la terra.

Avevan stalle piene di buoi che servivano per tirare l'aratro, oppure un carro colmo di fieno o di letame.

Quasi tutte erano costruzioni quadrate, 2 fianchi erano abitazione, 2 fianchi eran le stalle; si entrava da un gran portone, c'erano sempre tanti cani che appena ci vedevano cominciavano a latrare, anche loro s'accorgevano che eravamo differenti dagli altri...

Nelle fattorie il pane lo facevano sul posto, era pane di granoturco; quando si mangiava si sentiva ancor la farina; oppure di riso, questo era come calcina; in qualche tenuta si mangiava pane di frumento, buono come un biscotto.

Da una fattoria all'altra, da un paese all'altro, sempre la medesima storia.

Il nostro nemico peggiore era il freddo; la neve l'ho vista in due anni solo una volta, ma la nebbia e la brina erano di casa... era un freddo umido che ti penetrava nelle ossa; facevan male i piedi. Quando si facevano 8-10 km vedevo i baffi di mio padre che si ingrossavano, l'aria umida del suo respiro si congelava sugli stessi, tante volte si era costretti a levar le scarpe per i geloni.

Un giorno arrivammo da nostri parenti e trovammo un po' di comprensione.  Così era quasi finito l'inverno, passato il più brutto, già si pensava presto andremo a casa... in maggio si contavano i giorni... avevamo una gran nostalgia di ciò che avevamo lasciato: la casa, la mamma, la mucca, i monti.

 Considerazioni

-         Dove dormivano gli spazzacamini ?

-         Che tipo di pane mangiavano ?

-         Quale era il peggior nemico dei piccoli spazzacamini ?

 

 

 

 

Gottardo Cavalli, Diario di uno spazzacamino (1914-1916), dattiloscritto conservato nell'Archivio Cantonale di Bellinzona, pp. 1 - 9. Elaborazione Museo regionale, m/m - 12/2002

 

Il testo integrale del manoscritto si può visionare sul sito:

www.centovalli.net alle pagine MUSEO > STORIA > COMUNE CENTOVALLI

 

Documentazione in vendita alla cassa del Museo:

-         Benito Mazzi, “Famm, fümm, frecc” (anche in versione tedesca)

-         Benito Mazzi, “Come rondine vo !” (anche in versione tedesca)

-         Hannes Binder-Lisa Tetzner, “I fratelli neri” (anche in versione tedesca)

-         Elisabeth Wenger, “I ragazzi del camino” (anche in versione tedesca)

-         Guido Fiscalini, “I Tondü di Lionza”

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