Storia... e storie delle Centovalli

Intragna e frazioni

Home | Centovalli | Tegna | Verscio | Cavigliano | Intragna e frazioni | Palagnedra e frazioni | Borgnone e frazioni | Storie e leggende

Notizie sulla chiesa parrocchiale
 
Il primitivo oratorio dedicato a San Gottardo, con annesso cimitero, venne consacrato nel 1474 e dipinto negli anni 1533-34 da un pittore di Gavirate presso Varese, tale Magistro Gio. Giac., abitante a Locarno. E' attualmente dedicato al SS. Nome di Maria. Fu in parte demolito per far posto alla chiesa attuale, in stile barocco che risale agli anni 1722-38 e venne consacrata il 27 maggio 1761 dal vescovo di Como, Mons. Albricci-Pellegrini.
Intragna si costitui in vice-parrocchia il 2 giugno 1653 staccandosi dalla parrocchia di Golino. Primo prevosto fu Don Paolo Giuseppe Bustelli di Intragna, assassinato il 13 gennaio 1758 da un certo Battista Grazzi da Loco.
La chiesa fu oggetto di numerosi restauri ed abbellimenti: il Battistero nel 1763, la balaustra del coro nel 1764 e nel 1765 quella dell'altare del SS. Rosario, le due tribune laterali, eseguite nel 1765 dal Capomastro Carlo Maggini di Intragna. L'organo principale, opera di un certo Chiesa di Milano, risale al 1821 ed il contr'organo venne costruito nel 1823.
I pittori Pedrazzi da Cerentino, Vanoni da Aurigeno e Balestra di Gerra Gambarogno eseguirono i dipinti nell'anno 1859. Altri interventi riguardano la bussola alla porta maggiore nel 1874, gli altari in marmo di San Luigi nel 1878 e San Giuseppe nel 1885.
La chiesa e' ricca di preziosi quadri tra i quali spiccano un angelo custode e un San Luigi opera di Antonio Mattei da Cevio risalenti al 1730(?), la raffigurazione di tutti i Santi eseguito da Pier Francesco Pancaldi di Ascona detto il Mola oltre ad un San Giuseppe di pittore ignoto. Tra le statue spiccano quella dell'Addolorata, Sant'Anna del 1760, San Gottardo e la Beata Vergine del Rosario. Spiccano inoltre per la qualita' dell'intaglio, i due confessionali in legno ai lati della porta principale.

Oltre alla chiesa parrocchiale, troviamo a Corcapolo l'Oratorio dedicato a San Carlo, eretto negli anni 1694-99, l'Oratorio della B.V. Addolorata della Costa sopra Intragna costruito nel 1745, quello dedicato alla N.S. del Sacro Cuore di Gesu, l'oratorio dedicato alla Beata Vergine di Pompei sui monti di Calascio e il piccolo Oratorio di Vosa.

Uno spazio tutto particolare merita il campanile annesso alla parrocchiale: il piu' alto del Ticino, misura 65 metri fino alla sommita' della croce. La sua costruzione venne iniziata nel 1765 (come figura in un'iscrizione posta sopra la porta di accesso) e duro' fino al 1772.
Il primo concerto di 3 campane venne posato nel 1775 e nel 1840 venne completata la posa delle 6 campane attuali, tra le quali il famoso "campanone" della torre comunale di Locarno, che fu l'oggetto di travagliate vicende.
Da notare ancora che l'antico campanile adiacente al primitivo oratorio, venne probabilmente costruito prima del 1474 ed era dotato di 4 campane. L'attuale cimitero costruito in campagna, venne aperto nel 1837.

La chiesa di Rasa

 

La chiesa di Sant'Anna di Rasa venne costruita a partire dal 1746 e fu ultimata nel 1753. Risale al 1615 la chiesetta di Terra Vecchia, dedicata alla Madonna della Neve. Rasa costituì parrocchia autonoma nel 1644, staccandosi da Palagnedra. Il cimitero risale al 1898 ed il campanile è dotato di 5 campane fuse a Malnate nel 1835 .(?)

L'interno della chiesa è provvista di 3 altari e un organo e tra gli arredi spicca il pallio dell'altare maggiore in rame dorato e argentato che reca al centro una tavoletta ovale con l'effigie di Sant'Anna con Maria Santissima, opera del pittore Antonio Ciseri di Ronco sopra Ascona.

"Boris der Maler" di Ugo Frey

L'opera indemithiana "Mathis der Maler" mi ricorda talvolta il pittore Boris Hellmann che nell'età bella degli anni ruggenti aveva avuto varie funzioni: attore? o scenarista? o intendant al teatro come raccontava? Era, soprattutto pittore, e come tale liquidò tutto e si ritirò nelle Centovalli, acquistandovi alcuni rustici riattati rispettando l'autenticità...

Imparò un buffo italiano e nella sua casa di Pila sopra Intragna dipinse olii, pastelli, acquerelli, ritrattò la gente, ridiede magistralmente paesaggi estivi o primaverili scoppianti di alberi e fiori o sepolti nella neve.

Ma che era capitato a Boris, che ogni settimana si recava a Zurigo da un suo medico che gli controllava una placca di metallo che aveva nel cranio? conseguenza - dicevano - di una furibonda lite che Boris aveva avuto con altri "artisti" perchè insidiava troppo certe ragazze.

Dovette rinunciare al vino: "Da anni nianche più un gutto di vino, solo Süssmost"...  Aveva anche perso il senso del gusto e mangiava senza assaporare. Anche i fiori non gli regalavano più i loro sentori: aveva perso l'olfatto. Per compagnia aveva un gattone rosso che nutriva con il latte dell'Ernesta. Ma probabilmente non aveva rinunciato a Venere e solerti visitatrici, fra cui l'amica del cuore, apparivano talvolta sulle sue alture... Quand'era in forma, Boris mi recitava perfettamente, alla Moissi, il monologo "Sein oder nicht sein" dell'Amleto, in tedesco aulico, protendendo la destra. Dipingeva solo se vento, pioggia, sole, luna o neve glielo permettevano e indossava una giacca blu da pittore, una cravattona da pittore, un basco. Alcune sue opere sono testimonianze di un mondo che è scomparso o va scomparendo.

Di Boris tracciai in un articolo, un quadretto pubblicato in "Cooperazione" che il pittore si portò sempre nel taschino interno della giacca blu, mostrandolo a tutti: "Jemand erinnert sich noch von Boris"..., e piangeva.

Era il penultimo articolo sull'artista. L'ultimo fu il necrologio.

Ugo Frey, Pila, luglio 1994

Gli eterni bambini di Pila

Ancora non c'era la "moda" di pubblicare gli scritti degli allievi, magari con buon numero di strafalcioni per renderli ancor più appetibili. Ben lungi, si era infatti nel 1924: lo scrittore romano Lombardo Radice nella sua raccolta "Athena fanciulla" dedicava un capitolo "La scuola di Pila come specchio di un mondo" alla piccola frazione di Intragna pubblicando alcuni passaggi di scritti e componimenti eseguiti dagli allievi nel corso dell'anno scolastico 1922/23.

La maestra, a quei tempi, lo apprendiamo dall'introduzione del libro, si chiamava Bianca Sartori ed insegnava ad un'allegra brigata di una ventina di scolarette e scolaretti "tutti buoni" come dice uno di loro in un suo passaggio. Sempre tra le note, scopriamo come mai uno scrittore di Roma abbia pubblicato un libro nel quale si parli della scuola di Pila. Infatti, i quaderni scritti dagli allievi di quegli anni furono dati dall'allora ispettore scolastico allo scrittore Lombardo-Radice, a quei tempi consulente per la scuola ticinese. Questi li trovò talmente interessanti, ricchi di dettagli e di testimonianze sulla vita del paesino e della scuola che li incluse nella sua raccolta: "Di Pila io so tutto dai bambini e rivivo la sua vita come se ci fossi stato almeno due mesi a villeggiare. Tanto può la schiettezza infantile". Riletti ad oltre settant'anni di distanza, questi scritti, allora normali componimenti magari anche banali, acquistano un significato ed un valore insospettabili al momento della loro stesura.

Uno dei più piccoli, in alcune frasi ci racconta tutto della sua scuola: "Io mi chiamo Dorino Maggetti. Ho sei anni. Sono scolaro di prima classe. La mia scuola è grande bella chiara pulita allegra. Siamo in venti compagni tutti buoni" e più avanti dice che "la Palmira è andata a Locarno di per lei e à visto il Signor Ospetore", quell'ispettore scolastico che in qualche modo contribuirà a renderli famosi e per il quale nutrono un gran rispetto, fors'anche un po' di paura; "Venne in iscuola il Signor Ispettore. Aveva una scialpa caffè ed il mantello. Pietro portò fuori la scialpa e il mantello all'attaccapanni".

Una scuola nella quale non mancavano gli esercizi pratici e dove i bambini imparavano fin da piccoli a maneggiare gli arnesi dai quali ben difficilmente se ne sarebbero scostati da adulti. "Adesso prepareremo l'orto. Porteremo la terra, zapperemo, vangheremo e poi semineremo l'insalata, la cicoria, il prezzemolo, i porri, le verze". Interessanti le descrizioni dei loro nonni, ignari del fatto che un giorno essi pure lo sarebbero diventati: "Il mio nonno ha 81 anni, e suo fratello ne ha 84. Sono tutti e due vecchi... Si chiama Paolo. Non ha quasi più capelli e sono bianchi. E' senza denti, ha gli occhi un po' rossi, ha la barba bianca..."  Enrico Jelmorini, sesta classe, dice di suo nonno: "Ha settantatré anni, si chiama Pietro. Abita a Torzedo. E' molto grasso e pesa 88 chilogrammi. Mangia tanto: mangia anche le lumache... Quando sono le votazioni va il sabato mattina a Intragna a discorrere per vincere, e fin la domenica notte non torna più... E' sempre allegro e mi fa sempre ridere". Ma non solo i nonni, anche i genitori, i padrini, gli animali e gli amici vengono descritti: "La mia sorella si chiama Irene. E' minore di me. E' tre anni che viene a scuola ed è in seconda classe. Il primo e il secondo anno imparava poco, invece quest'anno impara meglio..." Enrico di 11 anni ci parla a lungo del suo gatto, descrivendone tutti i gesti e le abitudini: possiamo facilmente immaginare il suo sconforto quando dice: "Il carbonaio mi ha ucciso il gatto vecchio. L'ha preso lui, ha detto che lo mangia". Le bambine solitamente prediligono le galline o i galli, come Beatrice Gambetta: "O' tre galletti. Uno à le piume d'oro, l'altro è nero e giallo, il terzo è grigio. Il più piccolo si chiama Cantatore. E l'altro si chiama Mattiniero. Il terzo si chiama Svegliarino. Quando li chiamo essi rispondono cru, cru, cru". Più oltre, un altro bambino ci racconta che "una volta sul monte, il falco stava per prendere le galline. Esso (il gatto) gridò, e tutte le galline scapparono. Da ultimo scappò anche lui. Un'altra volta la volpe prese il gallo, ma esso scappò lesto. Alla volpe rimase una penna azzurra e una rossa... Quando lo sento cantare alla sera alle ore dieci sono sicuro che viene il temporale..."  Quei bambini di Pila, la natura e gli animali sono un tutt'uno e gli uni vivono in perfetta armonia con gli altri, assimilandosi al punto di dire: "La mia mucca ha un anno meno di me". Possiamo facilmente immaginare il fascino del Natale per quei bambini, poveri, abituati ad una vita semplice dalla quale il superfluo era da sempre bandito: "...ai piedi dell'albero c'erano due piatti di biscotti. Antonietta e Rosina hanno distribuito due biscotti ciascuno. Io li ho portati al babbo e alla mamma... A mezzanotte mi alzai per vedere che cosa mi aveva portato il Bambino. Non era ancora arrivato, e ritornai a letto. Lunedì mattina trovai sul piatto 8 biscotti, una scatola con dentro due bamboline di zucchero, due arance, un lapis. Alcuni li mangiai quasi subito...

E da allora, quanti altri Natali avranno trascorso questi bambini, quante avventure con i loro compagni, con i loro amici animali. E poi la vita che li vîde essi stessi padrini, genitori e nonni. A noi che non li abbiamo conosciuti ci piace ricordarli come se fossero rimasti ancora bambini: gli eterni bambini di Pila...

Museo regionale delle Centovalli - m/m - 1/2003

Gottardo Cavalli: diario di uno spazzacamino

 

L'emigrazione degli spazzacamini, ha rappresentato per oltre tre secoli una delle principali occupazioni delle forze lavorative della nostra regione; un mestiere che pur condiviso con altre realtà ticinesi aveva nelle Centovalli ed in parte anche nel Pedemonte una particolare diffusione; basti a questo proposito ricordare che gli abitanti di Intragna venivano chiamati con il soprannome di "Spazzacamitt".

Squadre di "padroni" partivano sul finire dell'autunno, verso il mese di novembre, per le città della Lombardia e del Piemonte portando con loro una folta schiera di bambini, i "bocia", particolarmente richiesti per la loro esile costituzione che permetteva di introdursi senza difficoltà nei camini più stretti.

Una realtà triste, fatta di stenti, fatiche e sacrifici; una storia che va tuttavia letta con gli occhi di allora, quando la realtà che si lasciavano alle spalle era ancora più misera e triste.

Una della rare testimonianze è quella di Gottardo Cavalli di Calezzo che attraverso un manoscritto conservato nell'Archivio cantonale, rievoca con passione le tristi vicende degli spazzacamini, in particolare la sua personale esperienza occorsagli negli anni 1915-16, quando non aveva ancora compiuto otto anni.

 

 

[...] Chi scrive, cinquant'anni fa, aveva quasi 8 anni quando partì con il proprio genitore.

Si partiva volentieri, pur di evadere verso l'incognito senza l'ombra di cosa fosse la vera realtà.

Lo sapevano però le mamme di questi ragazzi, compresa la mia.

Solo ora comprendo: non aveva più parole. Appena saliti sul treno e questo si è mosso, si è girata; più non ho visto il suo viso, ma posso immaginare solo ora cosa fosse per lei questo distacco.

Tanti altri ragazzi della mia età e forse più giovani hanno fatto questa esperienza.

Chi scrive è stato l'ultimo del paese ad esercitare questo mestiere; solo per 2 anni, ma questi sono stati sufficienti per descrivere la vita, la sofferenza fisica di questi poveri esseri umani, ridotti come talpe ad entrare in tutti i buchi dei camini, nelle caldaie delle macchine a vapore, nelle ciminiere, mal nutriti, costretti a cercare in ogni casa un pezzo di pane per sfamarsi ed ancora mal vestiti costretti a dormire in una stalla, in un fienile o in una sosta in mezzo alla paglia. Il freddo era il peggior nemico.

Come riscaldarsi se non pigiandosi l'uno contro l'altro, ricoprendosi con quei 3 o 4 sacchi che servivano per portare la fuliggine.

Tante volte racconto cosa è fare lo spazzacamino; c'è tanta gente giovane che non ti crede; ci sono altri che comprendono; è stato appunto un amico mio che mi consigliò di scrivere la vita degli spazzacamini.

Così mi sono deciso di scrivere perché questi due anni sono pieni, sono completi di episodi, di fatiche, di paura, di speranze, di fame.

Scrivere non mi è difficile, non sono uno scrittore, ma in compenso, non dovrò inventare il mio romanzo.

Sarà tutta una realtà, io non dovrò inventare nulla, tanto sono penetrato da questi ricordi.

 

Era una mattina di novembre dell'anno 1915, dopo i Santi.

Si partiva, preparato era già il fagotto. Uno piccolo per me dove la mamma aveva riposto i miei vestiti, cioè qualche camicia e calze, e uno più grande per mio padre.

Dalla frazione di Calezzo scendemmo ad Intragna; c'era ancora qualche formalità da regolare con il Sindaco affinché io potessi partire, causa la scuola che era già obbligatoria; mio padre doveva impegnarsi a firmare che avrei frequentato la scuola in Italia.

Mia madre ci accompagnò, portava un gerlo, perché nel ritorno doveva far provviste.

 

A piedi raggiungemmo Ponte Brolla (la diligenza era già prenotata da altri) per prendere il treno della Valle Maggia che ci condusse fino a Locarno.

Ero contento di partire, di vedere il nuovo treno a vapore, ma così non era per mia madre: quanta tristezza in quegli occhi umidi!

Me la ricordo immobile, fissa come una statua: lei la sapeva la realtà, ma non poteva opporsi alla mia partenza; mio padre era autoritario, aveva deciso, anche con la mia volontà.

A Locarno prendemmo il treno per Luino, so solo che non mi staccai dal finestrino.

Tutto era nuovo per me. La velocità del treno, il lago, i battelli, i paesi...

A Luino, dogana... si era già in tempo di guerra 14-18... pratiche lunghe da una sala all'altra... per fortuna mi ricordo c'era un doganiere di Intragna, certo Simoni Pietro che aiutò mio padre a sbrigare tante formalità.

Verso sera arrivammo a Novara, andammo a trovare un cugino di mio padre, tale Maggetti Gottardo che si poteva chiamare il "Re degli Spazzacamini".

Un bell'uomo, vestito elegantemente, conosciuto anche "in alto", mi mostrò anche una foto con dedica dell'allor regnante papa. Persona molto cortese ed ospitale ci diede da mangiare e da dormire.

Il mattino seguente andammo alla stazione, le auto erano ancor così rare, ma se ne vedevo una, non bastava salir sul marciapiedi, abbisognava il vano di una porta, mettersi al sicuro. Prendemmo il treno un'altra volta, ancora una volta mi misi al finestrino ad osservare: vedevo le montagne che diventavano sempre più piccole e poi scomparire... Ora il mio interesse diminuiva, si entrava in una zona dove tutti i paesi sembravano uguali, cominciò la foschia e poi la nebbia. Eravamo giunti a Mortara, una città di 20 mila abitanti, con strade larghe e belle piazze; in 10 minuti col nostro fagotto raggiungemmo la nostra dimora.

Era un locale di circa 20 m2., con un camino, una rozza tavola, due panche e in angolo c'era un po' di paglia, tenuta da due tavole (assi): il nostro letto per dormire; non c'era luce.

Verso mezzogiorno arrivò mio zio con altri tre garzoni; aveva fatto il viaggio più lungo per andare a prenderli in Val Vigezzo, a piedi, via Domodossola. Anche loro erano circa della mia età, solo uno era già venuto l'anno precedente.

Il mio carattere troppo timido, mi metteva in imbarazzo; nei loro confronti mi muovevo come un automa.

Accendemmo il fuoco per fare la polenta... mangiammo polenta e stracchino.

In seguito mio padre mi presentò ai vicini: proprio di fianco abitava una famiglia con due ragazze di 12-13 anni e un giovanotto di circa 18 anni.

Era anche un locale come il nostro, serviva da cucina, dormitorio... sotto il letto c'era legna, patate... a differenza del nostro era pulito.

Come potei constatare dopo, in ogni locale c'era una famiglia. Era una vecchia costruzione, si entrava in un grande cortile; dove oggi sarebbero 2 appartamenti, allora vi abitavano al meno 7-8 famiglie.

Mi portò in una trattoria dove mio padre era vecchio cliente. Credo che con nessuno ho fatto una parola, forse una smorfia, più la melanconia mi prendeva... quella stanza buia! quel giaciglio! quei miei compagni! quella nebbia!

Tutto quello che c'era prima nella mia fantasia, d'un tratto crollò, pensai a casa, alla mia mamma, al fratello, alla sorella.

Non avevo più padre perché mi aveva proibito di dir con gli altri che ero suo figlio... e così lo dovevo chiamar padrone. Egli sgridava e batteva me per insegnare agli altri; sapeva che non mi sarei mai ribellato e poi dovevo far la spia, nei confronti dei miei compagni.

Ricordo che altri ragazzi si son ribellati, si son messi in cammino, uno di loro ha fatto 150-200 km. per tornare a casa.

Poi tornammo a casa, gli altri ragazzi già dormivano, mio padre m'indicò il posto, vicino agli altri tre; si dormiva vestiti con due sacchi sulle spalle... un po' la stanchezza, tutte le emozioni, tutte le impressioni, mi avevano sconvolto, m'addormentai.

La mattina da una chiesa vicina, dedicata a Santa Veneranda, suonò l'Avemaria, erano circa le sei. Sento una voce, quella di mio padre (salta fora) tutti i piedi ancora addormentati. Come il militare bisognava equipaggiarsi: un sacco vuoto sulle spalle, la raspa, la scopa (al scuin) un sacchetto di tela per ripararsi la testa e via... io ed un altro con padre, gli altri due con mio zio.

Entrambi già s'eran messi d'accordo sulla destinazione. Noi cominciammo con la città; era appena giorno, tutta la città si muoveva per andare al lavoro, quasi tutti a piedi, qualche bicicletta, qualche carriola (detta galiotta) nessuna macchina.

La voce di mio padre che gridava "spazzacamino" era forse l'unico rumore che sovrastava tutti gli altri.

S'affacciavano alla finestra, venivano sulla porta le comari (l'è rivaa al spazzacamin) segno dell'inverno...

Una aveva già acceso il fuoco, l'altra doveva uscire, da qualcuno si fissava l'ora, un'altra contrattava il prezzo. Ricordo qui che una volta gli spazzacamini non ricevevano nessuna ricompensa per pulire i camini, si accontentavano di avere la fuliggine da vendere come concime.

Per questo spazzavano alla perfezione il camino e portavano via, con gran dispetto delle donne, anche la poca cenere che c'era nel focolare.

La fuliggine delle fabbriche però valeva pochissimo, perché era troppo bruciata.

N.B. Per camino ricevevano 2 soldi, pari a 10 centesimi, in seguito 4 soldi pari a 20 centesimi. (1 soldo = 5 ct.). In un giorno spazzavano da 20 a 30 camini.

 

Eravamo entrati in una casa, mio padre mi assestò i vestiti. La giacca era di fustagno, senza tasche, doveva essere fatta entrare nei pantaloni e quindi insieme legati stretti alla cintura per impedire che scendendo dai camini stretti, la giacchetta non s'arrotolasse all'insù. Un sacchetto di tela (la caparuscia) copriva la testa e veniva attorcigliato sotto il mento per resistere alla polvere; in una mano avevo la raspa, nell'altra lo scopino.

Salii qualche metro, ma già dalla paura mi mancava il respiro, discesi, mi misi a piangere. Allora mio padre mi disse: "Aspetta qui che vado su io" e così fece. Era un camino piuttosto largo che lui già conosceva... forse quarant'anni prima aveva fatto come me.

Poi, incoraggiato dal suo esempio, provai anch'io e ci riuscii, ma era già pulito.  Nessuno può immaginare quale impressione si può avere racchiusi in un buco, tutto buio, salire a forza di gomiti e di ginocchi, dieci o venti centimetri per volta. Dapprima si doveva levare la catena e la stanga che portava la catena. Poi, per mezzo di una sedia messa nel focolare, o tramite un aiuto, si saliva nella cappa, appoggiandosi alle pareti, prive di gradini, lisce o ruvide.

Ci si appoggiava (facendo forza) con la schiena, i gomiti e le ginocchia; da sospesi ci si alzava, spostando le braccia più in alto possibile e in seguito appoggiando i piedi più in alto. Salendo, prima di muovere le gambe si puliva con la raspa sopra la testa, le 4 pareti per circa 30-40 centimetri.

Discendendo si prendeva lo scopino e si puliva, appoggiandosi come prima.

Il riccio si adoperava nei camini fatti a tubo, rotondi, dal diametro di 30-40 centimetri.

Ma più il camino è stretto, più ti senti soffocare, t'arriva addosso tutta la fuliggine, anche col sacco in testa devi respirare, non puoi scendere perché sotto c'è il padrone... poi si pensa forse c'è un metro, forse anche meno, proviamo ancora... a qualche metro dalla cima si sentiva un'aria fredda, questa ci faceva fare lo sforzo. Quando s'arrivava in cima al camino bisognava gridare "spazzacamino" così i proprietari ci sorvegliavano se si era terminato di pulire tutto.

Fuori da una casa, dentro all'altra, senza mangiare, così mi abituai, quasi obbligato, secondo l'usanza, a cercare un pezzo di pane in tutte le case. Quando non si aveva più fame si chiedeva un bicchier di vino per far andar giù la polvere che noi fingevamo di bere, ma che poi lasciavamo sul tavolo affinché il padrone, quando veniva a prendere la fuliggine potesse berlo. Usciti da una casa era nostro compito gridare in mezzo alla via "spazzacamino".

Finito di spazzare il camino lasciavamo il sacco di fuliggine fuori dalla porta, così il padrone sapeva dove trovarci ed incassava quelle vecchie monete di rame.

Finita la prima settimana, mi trovai al sabato sera completamente esaurito, sfiduciato, conscio della terribile realtà, con le ossa rotte, con le giunture delle dita che sanguinavano. Tutti quegli sfregamenti contro le pareti ruvide dei camini mi avevano procurato ferite non così dolorose, ma che al primo contatto con un ostacolo divenivano lancinanti.

Il giorno dopo, domenica, non mi alzai così presto, andai alla messa senza lavarmi, né cambiarmi gli abiti. Entrando in chiesa cercai subito un angolo oscuro, un confessionale, del medesimo colore della mia faccia, dei miei vestiti; avevo vergogna eppur nessuno mi conosceva, ero un ignoto, ero uno spazzacamino.

Terminata la messa andai a casa, mangiai polenta e stracchino; il pomeriggio con i miei compagni di sventura, girammo per la città: piazza Duomo, Piazza Mercato, la stazione... sempre sotto gli sguardi incuriositi dei ragazzi e delle mamme che ammonivano i loro bimbi dicendo: "Se non farai il bravo, ti porta via lo spazzacamino".

Così la vita trascorse per circa 3 settimane. Mezza città la conoscevo per averla passata strada per strada, porta per porta, riconoscevo quella porta dove avevo trovato una madre che mi aveva dato un piatto di avanzi di minestra o un pezzo di pane e formaggio, o mi aveva dato una carezza o detto una buona parola (povero scotte... povero ragazzo).

Forse sarebbero state ancor più generose, ma la povertà, la miseria, era lì di casa; avevano i propri figli a cui pensare, anche loro a stento tiravano avanti, facendo un raffronto con gli spazzacamini si ritenevano ancor fortunati.

Quelle mamme erano tutte come la mia mamma, tanto il mio cuore si commuoveva e mi faceva pensare che tutte le madri sono uguali. Verso la fine di novembre terminammo la spazzatura dei camini in città, ora bisognava andar lontano, passare tutti i paesi, i cascinali, le fattorie.

Ogni mattina verso le cinque ci alzavamo; prima che facesse giorno si camminava per 5-7 km ed altrettanti la sera.

Si rimaneva due o tre giorni in un paese, senza però dormire lì... si cercava solo un posto per mettere la fuliggine che poi veniva venduta come concime.

Quei viaggi "di ritorno alla base" erano come una via Crucis; si doveva stare al passo di mio padre, facevano male i piedi, si mettevano stracci dentro le scarpe, ogni 20 metri si doveva fare una corsa per raggiungerlo.

Alle prime case del paese si cominciava con il solito richiamo "spazzacamino". Così tutto il giorno sino all'imbrunire, poi si ritornava a casa, a coricarsi aspettando la mattina seguente col medesimo programma. Così arrivò Natale.

Quel giorno, come il primo dell'anno non mangiammo polenta... eravamo invitati, com'era l'usanza, a casa di un conte o di un ricco proprietario... non era permesso lavarci la faccia, dovevamo servire da porta fortuna, sedersi ad un tavolo con tovaglia bianca, con tutti i cibi che si voleva... non una parola che avesse un senso, che comprendesse la nostra misera situazione. Ben più valeva quel pezzo di pane o il piatto di minestra che ci veniva dato da povera gente... dato con spontaneità, senza nulla pretendere... invece quei ricchi pretendevano con quel pranzo, fortuna e chi sa quali altre cose.

Tutto il giorno di Natale e Capodanno eravamo sguinzagliati per le strade, entravamo nelle case dei ricchi ove facevamo gli auguri, quasi tutti ci davano la mancia: chi un soldo, chi due, chi una lira di carta (erano appena state stampate). Tutto sommato alla sera si aveva raccolto 100-200 lire che si consegnavano al padrone e che poi, ci dicevano, ci sarebbero state restituite.

Nelle chiese osservavamo i presepi: anche noi dormivamo nelle stalle con le bestie che col loro corpo rendevano la temperatura tiepida ed accogliente, a noi però mancava la mamma e San Giuseppe.

Più tardi, in gennaio cominciarono le lunghe peregrinazioni... non si ritornava più in città, ma si dormiva dove si arrivava, in una stalla e allora si era fortunati, od in un fienile. Si faceva un buco nel fieno, restava fuori solo la testa; oppure era paglia sotto una sosta. Questa era fredda, non si poteva riscaldarsi, ci pigiavamo uno contro l'altro.

Nelle fattorie si aveva maggior fortuna, si dormiva nella stalla, ai lati c'erano due file di buoi, in fondo c'era il deposito del fieno; le stalle erano pulite, le donne la sera venivano a far la calza, a riscaldarsi, a far quattro chiacchiere. In questi cascinali, come già detto abitavano circa 20-30 famiglie che lavoravano come mezzadri la terra.

Avevan stalle piene di buoi che servivano per tirare l'aratro, oppure un carro colmo di fieno o di letame.

Quasi tutte erano costruzioni quadrate, 2 fianchi erano abitazione, 2 fianchi eran le stalle; si entrava da un gran portone, c'erano sempre tanti cani che appena ci vedevano cominciavano a latrare, anche loro s'accorgevano che eravamo differenti dagli altri...

Nelle fattorie il pane lo facevano sul posto, era pane di granoturco; quando si mangiava si sentiva ancor la farina; oppure di riso, questo era come calcina; in qualche tenuta si mangiava pane di frumento, buono come un biscotto.

Da una fattoria all'altra, da un paese all'altro, sempre la medesima storia.

Il nostro nemico peggiore era il freddo; la neve l'ho vista in due anni solo una volta, ma la nebbia e la brina erano di casa... era un freddo umido che ti penetrava nelle ossa; facevan male i piedi. Quando si facevano 8-10 km vedevo i baffi di mio padre che si ingrossavano, l'aria umida del suo respiro si congelava sugli stessi, tante volte si era costretti a levar le scarpe per i geloni.

Un giorno arrivammo da nostri parenti e trovammo un po' di comprensione.  Così era quasi finito l'inverno, passato il più brutto, già si pensava presto andremo a casa... in maggio si contavano i giorni... avevamo una gran nostalgia di ciò che avevamo lasciato: la casa, la mamma, la mucca, i monti.

 

[...] Mio padre non si curava di me, la sera poi rimaneva nelle osterie fino a mezzanotte.

Mi ricordo di aver preso anche la grippe, non potevo più stare nella paglia, mi sentivo soffocare.

Trovai dei sacchi e lì dentro dormii per due giorni.

In settembre ci trasferimmo anche noi a Bergamo, dove c'erano molte fabbriche, quest'ultime erano azionate da caldaie a carbone.

A Bergamo andavo tutte le sere al cinema; non ci capivo nulla, ma mi divertivo ugualmente; imparai anche a fumare.

Da terra raccoglievo i mozziconi di sigarette. Fumavo ed andavo al cinema, mentre mio padre mi credeva a dormire.

In novembre arrivò ancora mio zio con tre "bocia". Percorremmo in lungo ed in largo tutta la città e la periferia, ma tutte le sere si rientrava.

È qui a Bergamo che mi capitò la più brutta avventura di spazzacamino.

Si doveva pulire un camino di un forno per la cottura del pane. Con mio zio iniziai il lavoro prima del solito.

Questi camini hanno sempre un tratto piano orizzontale che passa sopra il forno e raggiunge poi il muro maestro dove si trova il camino.

Entrai nel camino nel tratto piano, quindi dopo l'angolo retto c'era la salita.

M'accorsi subito che questo camino non era stato pulito da lungo tempo, poiché era pieno di fuliggine.

Arrancando e pulendo arrivai in cima al camino dove c'era una torretta costituita da un tubo di circa 20 centimetri di diametro. Cominciai la discesa, ma quando giunsi in fondo non potei più uscire, perché c'era tutta la fuliggine.

Mi misi ad urlare; c'era il padrone del forno, non mio zio; mi sentivo mancare, mi arrampicai ancora fino in cima; di lì non potevo uscire. Vedevo solo un po' di luce, un metro sopra la mia testa... gridai a più non posso... tanta gente era accorsa; udii anche la voce di mio zio, mi calai giù ancora una volta, ma egli avendo sentito la mia voce in alto, era salito sul tetto.

Ancora una volta dovetti risalire, finalmente dal tetto riuscii a parlargli.

Mi calmò un po' poi disse che sarebbe andato a chiamare un altro bocia; dopo mezz'ora arrivò con un altro ragazzo. Questi entrò nel camino nella parte piana per ben 10 volte ed ogni volta portava con se un po' di fuliggine.

Finalmente dopo un'ora di questo supplizio arrivò un po' di aria ed essendo la parte piana quasi sgombra potei uscire.

Non potevo più parlare e rimasi sdraiato su un divano fino al giorno seguente.

 

Ancor oggi dopo cinquant'anni mi capita di sognare d'esser in un cunicolo stretto, buio, polveroso, con la testa avvolta in un sacco... mi sembra d'asfissiare e mi sveglio.

Da quel giorno presi tanti scapaccioni da parte di mio padre perché mi rifiutavo, ma nei camini di forni non sono più entrato, tanto era il terrore.

 

Gottardo Cavalli, Diario di uno spazzacamino (1914-1916), dattiloscritto conservato nell'Archivio Cantonale di Bellinzona, pp. 1 - 9. Elaborazione Museo regionale, m/m - 12/2002

COMUNE DI INTRAGNA - storia... e storie delle centovalli

Per eventuali segnalazioni cliccate qui